Gabriele annegato a Torvaianica: tutto l’Appio Latino lo piange.

Riportiamo l’articolo del Messaggero che racchiude lo stato d’animo di un quartiere sconvolto da una morte assurda. Non si può morire in quel modo a 18 anni, non si può uscire di casa una mattina per andare al mare con gli amici, con la spensieratezza e la gioia di un ragazzo che ha tutta la vita davanti, e non tornare più.

Le onde, le correnti hanno portato via tutto, Gabriele, i suoi sogni, la musica, i disegni, gli amici, la dolcezza di questo 17enne dai capelli indisciplinati che martedì è annegato nel mare di Torvaianica. Una gita, un giorno di festa con gli amici, è finita in tragedia. Gabriele Andrea Baroni, 18 anni a luglio, era entrato in acqua con un amico nel pomeriggio, davanti alla spiaggia libera vicino al Kafè, un chiosco attrezzato. L’amico si è girato e non l’ha visto più, anche lui ha avuto difficoltà a rientrare, il mare era mosso. Ha dato immediatamente l’allarme, ma quando il corpo di Gabriele è stato rintracciato in mare, ogni soccorso è stato vano. Non è facile raccontare di un giovane conosciuto e amato da un quartiere – l’Appio Latino – per il suo estro e la sua delicatezza. Lo piangono in via Paruta dove sono radunati i familiari, il papà, un vita al lavoro in una nota pizzeria della zona, la mamma e le due sorelle. Gli amici del liceo artistico De Chirico, quelli con cui è cresciuto, quelli con cui aveva creato una band: bassista presso parcheggiatori abusivi, sta scritto sul suo profilo facebook.T

I parrocchiani di Sant’Antonio da Padova a Circonvallazione Appia (anche lì si dava da fare), impossibile non ricordare quel ragazzo dai capelli ricci e scompigliati. E lo piange Massimo Calabrò, titolare del ristorante pizzeria della vicina via Michele Amari dove da un anno Gabriele lavorava come cameriere nel tempo libero. Se lo ricorda ancora: «Avevo messo un cartello cercasi cameriera. Entra lui con la sua andatura dinoccolata e chiede: Ma cameriere è uguale?. Io e mia moglie ci siamo guardati e gli abbiamo dato la parannanza». Attaccò subito a lavorare. Ora Massimo è sconvolto. «Era come un figlio, aveva le chiavi, maneggiava i soldi, e mo’ come faccio? Sto ad aspettare che entra, per me non è morto, è partito, è andato in gita con la scuola. E guardi che ho due figli». Mentre gli investigatori stanno finendo di ascoltare gli amici che erano con lui, anche per evitare un’autopsia, Massimo guarda nel vuoto del suo locale e dice: «Da ieri non riesco a pensare che sta lì da solo a Tor Vergata, a medicina legale».

«Dolce, sensibile, maturo», ricorda quel giovane che se lo vedeva di cattivo umore gli faceva una carezza. «Quelle carezze me le sento addosso». La sua seconda famiglia ci tiene a dire d’esser stato, lo avvertivo sempre: «Oh Gabriè, stai attento, al mare, a tutto…». L’altra sera lo aspettava, ma non è arrivato nessuno. Neanche i genitori che passavano sempre. Glielo volevano dire il giorno dopo, ma l’ha saputo ugualmente, è andato da loro, Giuseppe e Santina. «Sono a pezzi, un figlio non c’è più, si faceva volere bene, era proprio bello dentro». Ieri Massimo assieme alla moglie si sono messi a cercarlo sui social, a vedere i suoi disegni bellissimi «sto ancora ad aspettare un quadro suo», le sue esibizioni con la piccola band, «provavano alla Montagnola». Voleva essere autonomo, Gabriele, per non gravare sulla famiglia. Un giovane profondo, affettuoso, dalla chioma inconfondibile, lo sguardo buono, le osservazioni acute. «Ma ce l’ho con lui, non sai nuotare bene, dove vai?». Un rimprovero disperato seguito da un’offesa di quelle che si dicono ai figli quando gli si vuole troppo bene.

(Il Messaggero)

   

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