TEMI / I rischi del reddito di cittadinanza

reddito“Il reddito di cittadinanza rende più poveri, non è utile a chi è povero e a nessun altro, è una tipica idea di assistenzialismo occidentale e nega la dignità umana”. L’affermazione dell’economista bengalese Muhammad Yunus, Nobel per la pace nel 2006, in un’intervista a “La Stampa”, è caduta nell’agone politico come un fulmine a ciel sereno. Nel bel mezzo del dibattito sul welfare proposto dai Cinque Stelle, l’apprezzato intellettuale asiatico afferma senza mezzi termini che i salari sganciati dal lavoro rendono l’uomo un essere improduttivo, quindi ne cancellano la vitalità e il potere creativo. Secondo Yunus noi europei, ossessionati dal lavoro e dai salari, dovremmo anche recuperare la dignità delle persone e il valore del tempo.

Se Yunus nel fa soprattutto una questione di dignità, le critiche al reddito di cittadinanza propongono principalmente un dilemma, seppur in una forma semplicistica (per quanto efficace): perché una persona che riceve già un assegno dallo Stato dovrebbe darsi da fare per trovare un lavoro? Cioè un reddito minimo condizionato al non aver nulla – e al non fare nulla – non finisce per disincentivare la voglia o l’esigenza di lavorare?

C’è poi un’aggravante tipicamente italiana: il lavoro nero. Non è facile individuarne la portata del fenomeno, benché non manchino studi che si spingono fino a quantizzarne un 30 per cento di quota sul totale. Ebbene, assicurando un reddito a questi milioni di “furbetti” (che risultano disoccupati o poveri) non si rischia di alimentare l’ennesima gigantesca diseguaglianza, tra l’altro favorendo solo i disonesti? Tale peso dell’illegalità finisce anche per rendere meno solido il perimetro della povertà assoluta e di quella relativa, parametri su cui eventualmente costruire interventi più specifici (è il caso del Rei, il reddito d’inclusione ideato dal governo di centrosinistra).

Un’altra questione, resa palese anche dai risultati delle elezioni politiche, riguarda le variabili geografiche. Il differente tenore di vita tra Nord e Sud, unito alle diverse condizioni sociali ed economiche, ha reso certamente più intrigante la proposta del reddito di cittadinanza nel nostro Mezzogiorno, dove non a caso i Cinque Stelle hanno fatto il pieno di voti. E’ chiaro che 800 euro nell’entroterra lucano o siciliano hanno un peso differente rispetto alle più ricche province lombarde o venete.

Confindustria ipotizza un “poderoso disincentivo all’offerta di lavoro che si produrrebbe nel Mezzogiorno”. Ciò quindi allargherebbe ulteriormente le distanze tra Nord e Sud del Paese.

Va ancora aggiunto il problema del momento di interruzione dell’eventuale reddito, un po’ come la questione dei cosiddetti “lavoratori utili” a tempo, che finita l’esperienza lavorativa stagionale passano al piede di guerra per la proroga dei contratti o la stabilizzazione. Certe pubbliche amministrazioni sono state imbottite all’inverosimile anche in questo modo, con un prezzo elevato pagato dalle successive generazioni.

Attenzione, però, la perdita di posti di lavoro generata soprattutto dall’automazione e dalle nuove tecnologie determinerà un enorme problema sociale a cui la politica dovrà dare una risposta. E un reddito di cittadinanza offerto tout court non può costituire una risposta sostenibile.

Una soluzione che emerge a fronte delle crescenti difficoltà del mondo occupazionale è quella di riformare l’intero sistema dei “sussidi”, cioè dalla cassa integrazione alla previdenza, includendovi anche coloro che – per età – sono esclusi dai “paracadute”, cioè i giovani. Il vero welfare, in questi anni, è di natura familiare, con genitori (e nonni pensionati) che sostengono figli e nipoti. La bomba demografica con una popolazione sempre più anziana e inattiva (ed un peso sempre maggiore, di conseguenza, delle spese sanitarie) impone un ripensamento complessivo dei sussidi automatici, mirando principalmente ad ottimizzarne l’efficacia verso I beneficiari (ad esempio tagliando tanta intermediazione, figlia soprattutto della cattiva politica clientelare).

(Domenico Mamone, presidente Unsic)

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