ANALISI / Campidoglio da eccessi quotidiani

RaggiGli eccessi fanno parte del dna della Città Eterna. Se n’è servito, ad esempio, uno dei pochi veri intellettuali italiani del Novecento, Pier Paolo Pasolini, nei suoi affreschi letterari sulle borgate romane o nelle sue denunce solitarie lanciate dalle colonne del Corriere della Sera. Ma li ha utilizzati – senza risparmiarsi – anche Federico Fellini, che li ha egregiamente trasferiti sulla celluloide. E in fondo anche Sorrentino con la sua “Grande bellezza” da Oscar ha giocato sulla contrapposizione delle infinite dismisure che caratterizzano la Capitale d’Italia.

Quello che sta andando in scena da qualche mese in Campidoglio è in fondo allineato a questa peculiarità di una città destinata alle sproporzioni. Se i Romani svincolati dal potere (quindi primariamente quelli estranei ai quartieri centrali della città), esasperati dalle ultime gestioni devastanti della cosa pubblica, hanno votato in massa i Cinquestelle con la sola richiesta – forse un po’ utopica – della discontinuità, i risultati sono andati finora esattamente della direzione opposta. Il “nuovo” Campidoglio, nonostante l’apparente restyling, ha in realtà continuato ad ospitare personaggi dal curriculum zeppo di esperienze pubbliche, talvolta anche molto discutibili. Immancabili dissidi e il predestinato naso della magistratura hanno fatto il resto. Gli eccessi, come in una pellicola, stanno offrendo un’infinita serie televisiva a puntate, amaramente quotidiana, tra legami familiari, imbarazzanti colpi di scena e persino qualche ventilata nota rosa che assicura l’immancabile gossip. Una sorta di Beautyful da Fori Imperiali.

La metropoli con la bellezza forse più eccessiva tra i centri storici di tutto il mondo, da decenni continua a pagare prezzi – anche loro eccessivi – soprattutto alla “bruttezza” apportata da inestricabili stirpi di palazzinari quasi sempre conniventi con il potere. In fondo la città paga soprattutto le ricadute di questo dinamismo affaristico senza sosta, con esiti funesti sulla vivibilità, sull’aggregazione umana, sulla qualità della vita. Ogni nuovo progetto è quasi sempre subordinato ai diktat del mattone, anche in una metropoli soffocata dalla cancrena del cemento e da uno sprawl urbano incontrollabile, che è riuscito paradossalmente a rendere semicentrale persino un Raccordo anulare ormai pienamente incluso nella dimensione cittadina.

Eppure i grandi eventi continuano a lasciare cadaveri urbanistici in ogni dove. Qualcosa ci siamo risparmiati, come la Formula Uno all’Eur o le Olimpiadi de’ Noantri. I Piani dei parcheggi – l’acronimo è Pup – stanno continuando a bucherellare la città come una gruviera per conficcarne nelle viscere box per lo più invenduti e in superficie moderni arredi urbani degni del lungomare di Cattolica o di Riccione. Tanti miliardi di euro – troppi – sono stati assorbiti dalla linea C della metropolitana per ricalcare inutilmente il percorso di una storica tranvia che si sarebbe potuta riqualificare con un decimo della spesa (e l’area del Colosseo è da anni un orribile cantiere). Ed ora la priorità delle priorità, sfumato il business delle Olimpiadi, sembra essere lo stadio della Magggica Roma, con l’Olimpico semivuoto e un’esposizione di trofei per cui basterebbe un monolocale. Stadio che garantirebbe, per la gioia principalmente dei costruttori, anche tre gigantesche torri alte duecento metri, un ponte, una stazione della metropolitana, un megaparcheggio, soprattutto una torta da un miliardo e 700 milioni che di questi tempi non è poco. E ci sarà sempre un Francesco Totti a perorare la causa, collezionando più like dei voti raccolti dalla Raggi.

Alla As Roma auguriamo ogni successo sul campo. Ai tifosi, con il loro legittimo sogno, poniamo però una domanda: quest’ennesima colata di cemento, tra l’altro in un’area non proprio ottimale, gioverà più ad una squadra o ai costruttori? E, soprattutto, che ennesimo prezzo pagherà la città, cioè tutti noi?

 

(Giampiero Castellotti)

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