Via Gallia: la Natività che salvò 100 ebrei dalla furia dei tedeschi

chiesa Natività

La parrocchia della Natività in via Gallia: una parrocchia dimenticata dalla storia

Questa parrocchia, insieme alle altre, non compare nella lista di Renzo De Felice, che riproduce quella compilata dal Museo della Liberazione di via Tasso.
Il fatto che questa parrocchia sia stata finora ignorata o dimenticata dalle ricerche storiche precedenti, insieme al numero dei rifugiati – 100 ebrei -, la rendono un caso di ospitalità molto interessante da raccontare.
L’attuale parroco, don Pietro Sigurani, ricorda che fu don Ernesto Ruffini l’artefice di questa azione «così caritatevole e al tempo stesso così pericolosa››.
Come nella maggioranza dei casi di ospitalità clandestina, la permanenza dei perseguitati durò per nove mesi, vale a dire per tutto il periodo dell’occupazione tedesca di Roma. I rifugiati erano quasi tutti ebrei benestanti; alcuni altri erano proprietari di negozi di calzature e arrivarono nell’ottobre del 1943 per sfuggire al rastrellamento nazista iniziato il 16 di quel mese.
Con il passare dei giorni il numero degli ebrei crebbe fino ad arrivare a 100, come crebbe la difficoltà di trovare per tutti una sistemazione sicura e lontana da occhi indiscreti. Don Ernesto riuscì a risolvere il problema con una trovata ingegnosa.
Fece nascondere i 100 ebrei nelle fondamenta della Chiesa, che erano ricoperte solo da terriccio. Dato che l’altezza del solaio impediva loro di stare in piedi,i rifugiati ebrei si dovettero scavare nella terra delle nicchie in cui potersi sdraiare.
«Non fu certo facile per loro adattarsi a uno spazio così angusto e scomodo – raccontò don Ruffini all’attuale parroco – ridotti a vivere come dei morti e strisciare come animali››2°. Trattandosi dell’unico rifugio sicuro che poterono trovare, non si lamentarono.
La sopravvivenza in quelle nicchie senza aria e luce fu estremamente disagevole ma quel rifugio, simile a una catacomba, li salvò tutti dalla deportazione e dalla morte. I nazisti non sospettarono mai della loro presenza nelle viscere della chiesa e non tentarono neanche di perquisirla. E se pure lo avessero fatto non avrebbero trovato nessuno degli ebrei, perché era stato scavato un cunicolo per fuggire all’esterno senza essere visti.
Finita la guerra, quei 100 ebrei dimostrarono la loro riconoscenza offrendo per diverso tempo un sostegno economico alla parrocchia per tutte le sue attività. A don Emesto Ruffini è stato consegnato da Aldo Di Castro, a nome della comunità ebraica romana, l’attestato di Giusto fra le Nazioni.

Brano tratto da: “Salvati dai conventi. L’aiuto della Chiesa agli ebrei di Roma durante l’occupazione nazista” di Alessia Falifigli – Edizioni San Paolo 2005

Gruppo (ROMA CITTA’ APERTA – Gli anni della guerra)

   

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