Via Carlo Felice: in Regione accordo per “liberare” il palazzo occupato

1 (1) (1)

Forse finalmente dopo 14 anni potrebbe arrivare la vera svolta per gli occupanti del palazzo della Banca d’Italia in viale Carlo Felice 69, a San Giovanni. In Regione è infatti in programma un incontro al quale parteciperanno anche i rappresentanti del Campidoglio e del municipio per fare il punto della situazione. Ci sarà anche Carlo Breglia, presidente della Sidief, società che gestisce gli immobili per conto di Bankitalia. Si vocifera da tempo di un accordo imminente ma fino ad oggi nulla di concreto.Trenta famiglie, una sessantina di persone, potrebbero tuttavia entrare entro breve in possesso di un alloggio alternativo – e legale -, l’unica questione da risolvere rimane quella di capire se ci siano veramente trenta abitazioni e che gli occupanti abbiano i requisiti per l’assegnazione.  Se quindi si trova l’accordo, non si tratterebbe di uno sgombero,  ma di una «liberazione» del palazzo sul quale peraltro pende il giudizio della Commissione stabili pericolanti del Comune che lo ha dichiarato inagibile il 10 marzo 2015 e anche una relazione dei vigili del fuoco della fine dell’anno successivo nella quale sono stati chiesti «immediati e urgenti interventi di consolidamento e assicurazione delle strutture».

Il fatto
In Via Carlo Felice 69, nel quartiere San Giovanni di Roma, una zona centralissima ad alta densità abitativa, un palazzo di proprietà della Banca d’Italia è occupato illegalmente da oltre 40 famiglie.

La tragedia
Il 27 ottobre 2014 si è consumata una tragedia al quarto piano dello stabile: alle 13.50 di lunedì pomeriggio nell’appartamento assegnato da anni alla sua famiglia un altro occupante ha scoperto i corpi della moglie Khedia Fatkima, 42 anni, del figlio Moussif (9), della sorellina Rhim (3). C’era anche la terza figlia della coppia marocchina, Iba, 5 anni, ferita e ricoverata anche lei al San Giovanni. La madre era sdraiata nella vasca da bagno, probabilmente dopo essere caduta: si era impiccata alla trave della tenda dopo aver ucciso i due figli a coltellate, ma il filo di ferro si era spezzato lasciandole una profonda ferita alla gola che aveva fatto pensare in un primo momento a una coltellata. Il padre dei bambini, Idris Jaddou è piantonato in ospedale al San Giovanni. La polizia lo interroga per sapere cosa è successo domenica notte prima che se ne andasse di casa.

La storia
Era dicembre del 2003 quando l’intero edificio, di proprietà della Banca d’Italia e completamente vuoto dal 1989, fu occupato dalle famiglie. Quarantacinque appartamenti abbandonati, in possesso di un ente pubblico che avrebbe dovuto portare avanti dei lavori di ristrutturazione, che però non sono mai stati ultimati. Il palazzo è pericolante e le famiglie che occupano lo stabile usufruiscono illegalmente e abusivamente dei servizi pubblici come la luce elettrica e consumando ulteriori risorse pubbliche attraverso i finanziamenti alla Onlus. Negli ultimi anni sono stati addirittura realizzati dei ponteggi ed una mantovana per proteggere le strade che circondano l’immobile dalla caduta di pezzi del cornicione. L’integrazione con gli abitanti del quartiere è pressocché nulla perché l’edificio costituisce un’enclave inaccessibile. È sufficiente chiedere al barista o al fruttivendolo all’angolo per accorgersene. Tutti conoscono la situazione ma nessuno fa nulla.

L’azione
Il primo pensiero va alle vittime, che riposino in pace, e ai familiari delle vittime che trovino conforto dopo questa immane tragedia.
Il secondo pensiero va invece a tutti i numerosi abitanti del quartiere, che per anni hanno cercato di denunciare alle autorità lo stato di degrado, abbandono e pericolosità derivante dall’occupazione illegale dello stabile di Via Carlo Felice.

Quello che ci auguriamo ,quindi, che il palazzo venga riassegnato secondo criteri meritocratici e non invece secondo il principio della forza, per restituire un palazzo storico alle legalità e al quartiere.

   

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.