IL FATTO / Un pallone non vale una vita

LiverpoolIl brutale episodio accaduto a Liverpool poco prima della partita di Champions League, a causa del quale un uomo inglese di 53 anni, Sean Cox, lotta tra la vita e la morte, ripropone in tutta la sua drammaticità il tema delle violenze legate alle tifoserie calcistiche. Serve a poco minimizzare riconducendo questi gesti a “sparute minoranze” o, come spesso avviene, a “teppisti non tifosi”, o ancora alla solita società violenta che, come tale, presenta appendici anche fuori (e dentro) gli stadi.

Certamente tanto è stato fatto in questi ultimi anni in termini di sicurezza, soprattutto da parte delle società calcistiche, pur nella contrapposizione con le frange più oltranziste delle curve, contrarie a schedature di ogni sorta. Ma ciò che è successo in Inghilterra ripropone in tutta la sua drammaticità un problema soprattutto educativo: l’immagine di una squadra cresce proprio con l’assenza di questi episodi collaterali. E con la fermezza nel combatterli, escludendo dal mondo del calcio i soggetti violenti e indegni di questo sport.

Nella sua semplicità, crediamo che valga più di qualsiasi morale uno dei tanti messaggi apparsi sulla bacheca Facebook di uno dei presunti autori del pestaggio a cinghiate del tifoso del Liverpool: “Prima dell’immagine della Roma hanno rovinato la vita di un uomo e della sua famiglia. Ora questo poveraccio è in coma con danni irreversibili al cervello e non si sa se potrà sopravvivere”.

Nel calcio onorato come poesia – e non come occasione di continue risse verbali – non ci dovrebbe essere posto per questo genere di comportamenti incivili e vigliacchi.

(Domenico Mamone, presidente Unsic)

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