Tecnologia e umanesimo: parlano lo storico Giovanni De Luna e il filosofo Maurizio Ferraris

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Il disorientamento provocato dalle nuove tecnologie e dall’egemonia della Rete, il conseguente indebolimento del ruolo degli Stati, del patto di cittadinanza e della religione civile, l’affievolirsi del valore del passato rispetto alla dittatura del presente, il diffuso appiattimento come esito dell’assenza di valori sono tutti fenomeni che non ci debbono lasciare attoniti. Si aprono nuove sfide che dobbiamo saper affrontare con gli strumenti giusti.

Parola dello storico Giovanni De Luna e del filosofo Maurizio Ferraris, in “tour” con il ciclo di conferenze “Scienza nuova: come cambia l’umanesimo nella tecnologia contemporanea” promosso da Pearson. Con tappe a Roma (Itis Galilei, via Conte Verde), Napoli (Ramada hotel), Milano (Liceo Cremona), Bologna (Biblioteca San Domenico).

De Luna, che ha firmato importanti saggi soprattutto sul decennio della contestazione giovanile, vissuto in prima persona come militante di Lotta Continua, ha un atteggiamento critico verso la virtualità. In particolare lo storico di Battipaglia evidenzia i rischi della Rete. Innanzitutto – spiega – una qualsiasi ricerca nell’universo del web comporta la perdita di emozioni rispetto alla fisicità, alla concretezza, al gusto della scoperta di archivi cartacei. C’è poi il problema della verifica dell’intenzionalità: in Rete proliferano anonimati o nick name che rendono oscura la fonte. Di conseguenza c’è la questione della verifica del vero e del falso, con la diffusione ormai incontrollata di fake news. A tutto ciò si somma la volatilità della documentazione presente on-line: basta un attimo per far sparire per sempre qualsiasi materiale. “L’esito più evidente di questa situazione è l’affermazione di un sapere storico distorto: ciò trova conferma, ad esempio, nel dilagare dei siti negazionisti o nella crescente credibilità di stereotipi e luoghi comuni – evidenzia De Luna.

Come difendersi? Lo storico offre alcuni consigli, accomunati dall’esigenza di un’attenzione da tenere costantemente alta.

Il primo consiglio è rappresentato dalla gerarchizzazione delle fonti, cioè occorre individuare congruenza tra fonti e oggetto della ricerca: se i film appartenenti alla categoria dei cosiddetti “telefoni bianchi”, cioè quelle pellicole degli anni Trenta girate per lo più in interni, sono avulsi dal contesto storico del fascismo, cioè poco adatti per indagare sul regime, nello stesso tempo potrebbero essere utili per focalizzare i desideri degli italiani di allora. Parallelamente occorrerebbe recuperare la consapevolezza critica, molto affievolita nei nostri tempi, nonché utilizzare le categorie associate “continuità-rottura” per storicizzare il presente: ad esempio, il ruolo del soldato nel novecento, fortemente incastonato nelle regole, è completamente differente dal mercenario di oggi, oppure un kamikaze giapponese ha poco in comune con l’islamico che si fa saltare in aria.

Meno critico verso la tecnologia è Ferraris. Se anche per la filosofia è importante sottrarsi dalla tirannia del presente, evidenzia il filosofo torinese, è altrettanto vero che la tecnologia non è “presente assoluto”, anzi, è fortemente incastonata nel passato. “Molta tecnica è iperbole di ciò che c’era già – spiega. E come tale non è in antitesi con l’essere umano, al contrario ne è “protesi costitutiva”. Ad esempio, richiamando il celebre indovinello di Esopo sull’essere vivente che passa da quattro a due e infine a tre zampe, cioè l’uomo, un bastone diventa di fatto un arto nella vecchiaia, così come un paio di occhiali finisce per divenire un elemento quasi costitutivo per chi ci vede meno degli altri.

Ferraris rafforza l’asserzione dello stretto collegamento tra tecnologia, essere umano e bagaglio storico ricordando come il simbolo più evidente dell’innovazione, il telefono cellulare, in realtà abbia riproposto e addirittura salvaguardato le tecniche più antiche come quella della scrittura. Se uno smartphone, fino a qualche anno fa, presagiva il trionfo dell’oralità, dando ragione a quanti sin dal Novecento profetizzavano la fine dei testi scritti a fronte dell’affermazione della radio, del cinema o della televisione, con gli sms o whatsapp è avvenuto esattamente il contrario. Non solo: un’altra funzione oggi dominante nel cellulare è la registrazione di dati, esattamente la pratica più antica nella storia umana.

Il filosofo torinese ha raccontato come l’attore Tony Curtis si sia fatto seppellire insieme ai suoi cellulari iPhone3, il miglior archivio degli ultimi anni di vita.

Infine, l’aiuto offerto poggia su tre neologismi: la documentalità, cioè la tecnica non è soltanto plastica, silicio o acciaio, ma è tutto ciò che può essere ripetuto e potenziato, quindi anche qualcosa di naturale come la scrittura, il linguaggio, la creazione di documenti; la documedialità, ossia l’innovazione non è costituita dal semplice oggetto, ad esempio un computer, ma dal suo uso in un contesto evoluto come il web; la responsività, che nasce dalla solita accusa rivolta alla tecnica, colpevole di surrogare funzioni umane e quindi di sottrarre lavoro agli uomini, senza pensare che non ci possono essere computer senza un uomo che li crei e li gestisca.

Ferraris ha chiuso con una proposta concreta, nata dalla consapevolezza che le merci più preziose del futuro saranno i documenti, i dati, cioè il plusvalore rappresentato da questi elementi capaci di far comprendere le scelte dei consumatori: si crei il “salario di mobilitazione”, obbligando i veri detentori del potere, cioè Google e le altre multinazionali delle nuove tecnologie, a “risocializzare” i propri utili derivanti dai dati di 500 milioni di europei. Se Marx aveva messo in luce il plusvalore industriale, oggi occorre mettere in chiaro il plusvalore derivante dalle nuove tecnologie.

(Giampiero Castellotti)

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