Schizofrenia (romana) da terremoto

TerremotoSul web gira un’efficace battuta sul fatto che ora i terremoti in Italia si misurano in base a come vengano avvertiti a Roma. In effetti, causa soprattutto l’informazione da sempre romano-centrica, le immagini di lampadari che si muovono nella Capitale (o le lampade negli studi televisivi) sono diventati un po’ il simbolo della terra che trema più delle tante frazioni appenniniche purtroppo inaccessibili.

A Roma, poi, la schizofrenia è alimentata dai genitori degli studenti, un folto popolo che nelle immancabili catene su WhatsApp pontifica su tutto, un po’ come quei condomini che nelle assemblee condominiali diventano improvvisamente architetti, ingegneri, avvocati e quant’altro. Ed ecco che persino i professori vengono messi sul patibolo perché colpevoli di non aver fatto eseguire ai propri alunni le esercitazioni da protezione civile (che poi si risolvono nel ludico mettersi sotto un banco).

La “narrazione” di come ognuno abbia avvertito una o più scosse completa la percezione “emozionale” del sisma.

Queste terribili giornate ci stanno confermando soprattutto due cose: la prima è che la frattura – soprattutto mediatica – tra città e provincia è insanabile e mentre anche uno starnuto della sindaca Raggi fa notizia, nei paesi delle Marche o dell’Abruzzo sepolti dalla neve ci sono sindaci-eroi che impersonificano, anche con sacrificio, il ruolo dello Stato; la seconda è che aver tagliato risorse agli enti locali e aver lasciato le Province in un limbo tra sussistenza e deleghe sospese sta presentando il conto in questi giorni, dove mentre si discute di Industria 4.0 e di nuove tecnologie non si riesce a raggiungere anche con un semplice drone un luogo di montagna.

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