“Rolling Stone Italia” dedica un pezzo all’Appio Claudio

Appio

“Quel ramo della Tuscolana, che volge a Frascati, tra due fermate della metro A (Lucio Sestio e Subaugusta), è uno dei luoghi romani più stravaganti in cui possiate capitare. Siccome è costituito per una metà dal ventiquattresimo quartiere della Capitale — Don Bosco — e per un’altra metà dall’Appio Claudio — il venticinquesimo — per comodità lo chiameremo semplicemente don Claudio”.

E’ l’esordio quasi manzoniano del bel pezzo che Giovanni de Stefano dedica ai due quartieri disposti “in buona simmetria”, come scrive, da un lato e dall’altro della Tuscolana. Due quartieri che “sembrano passare le giornate a pomiciare, in barba ai divieti parentali (soprattutto da parte della famiglia di Appio Claudio), lungo la via Consolare che le attraversa come una chiusura lampo, e che tendono a lasciare sempre aperta, con la doppia fila di palazzoni che le fanno da dentini”.

L’autore racconta delle origini popolari di Don Bosco e, ironicamente, della “lontananza da qualunque cartello stradale con la direzione per l’Auditorium”. Descrive il negozio di dischi e strumenti musicali “col vasto assortimento di ukulele che aspettano da chissà quanti lustri l’acquirente giusto”, o Moruzzi, il punto di riferimento per le monete antiche, “che attendono da ancora più tempo”. Scrive ancora: “Via Calpurnio Fiamma e via Flavio Stilicone fanno invidia a Ostiense per come sanno rimestare il sacro e il profano della gastronomia: i supplì alle rigaglie di pollo e riso Carnaroli di Moma e il gusto mascarpone e Nutella della gelateria Ping Pong; una pinseria chiamata ‘Queen del Molise’ e la macelleria Liberati, la cappella bovina di Roma”.

Suggestivo anche il riferimento alla basilica di San Giovanni Bosco, “la sua San Pietro geometricamente modificata, quasi tutta quadrata anziché rotonda e il cui colonnato è un immenso quadriportico fatto di condomìni uniti tra loro, lungo i quali, al posto dei centoquaranta santi che benedicono la piazza vaticana, migliaia di persone mangiano, dormono, sognano”.

Poi l’Appio Claudio, “tradizionalmente il più chic dei due quartieri, anche per la sua vicinanza a uno dei parchi urbani più belli di Roma: quello degli Acquedotti, in cui si incrociano ben sette condotte d’acqua sopraelevate o sotterranee di epoca romana e papale, e su cui insistono decine e decine di palazzotti e villini, molti dei quali sembrano progettati da archistar e abitati solo da podisti, tutti a percorrerne le strade e i vialetti su e giù, dal primo mattino a notte avanzata, frettolosi e accessoriati come bianconigli con l’Apple Watch al posto della cipolla”.

Il bravo Giovanni de Stefano segnala poi la Via Crucis di San Policarpo “interamente realizzata con chiodi di varie misure, deformati da una mano geniale fino a comporre tutte le scene necessarie”. E si sofferma sulle siepi perfette di piazza Aruleno Celio Sabino “opera di giardinieri reclutati privatamente dai proprietari dei palazzi intorno”. Quando il privato batte il pubblico.

L’autore ritiene “Don Claudio” una “periferia fuori dal comune, che ha deciso di essere centro, dichiarando la sua totale indipendenza dalla topografia”. Lo definisce efficacemente “un modellino di Manhattan costruito da un bambino colpito da una grave penuria di pezzi Lego, i cui grattacieli sono alti al massimo 8 piani, con un Central Park iniziato da Caligola, messo di lato”.

Condivisibile la stoccata al degrado commerciale, con “le vetrine dei franchising che soddisfano bisogni più impellenti – come l’epilazione definitiva o il Kit Kat gusto fragola”, che “negli ultimi anni hanno preso il posto dei vecchi negozi, che hanno trovato rifugio nelle traverse interne, dove è possibile imbattersi ancora ancora in mercerie dal volto umano e salumerie dal sapore antico”.

Appropriata la rilevazione che possedere una macchina qui è decisivo. “Non si contano le officine, i carrozzieri, i gommisti, gli oscuratori di vetri e gli sbiancatori di marmitte, diffusi in ogni dove, come avvocati a Prati o scarpari di seconda mano a Monti”.

Eppoi i bar: “non sarebbero gli stessi senza la doppia fila perenne, che è quasi incentivata, perché è una pubblicità gratuita migliore del passaparola o delle file. E poi fa tanto piazza Euclide”.

Davvero un quadro gradevole e divertente.

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