Quaranta cinema chiusi a Roma: come farli ripartire

PARISA Roma negli ultimi decenni sono stati chiusi più di quaranta  cinema.
Luoghi di riferimento per più generazioni, storici punti d’incontro nati nel dopoguerra e chiusi alle soglie del 2000, gioielli di architettura, hanno lasciato un vuoto culturale ed una ferita sociale ed urbanistica nel cuore dei rioni e dei quartieri storici romani.
Luoghi di vita sono diventati così luoghi di degrado, edifici fatiscenti e morenti. Emblematica la storia del Cinema America a Trastevere, occupato da un gruppo di studenti per impedire una  speculazione edilizia e commerciale , che dopo lo  sgombero è stato oggetto di  una richiesta di vincolo da parte del Ministro Franceschini, ed è poi passato dalle cronache culturali a quelle giudiziarie, con il ricorso al Tar da parte della proprietà contro il vincolo, poi respinto (1),  ma che a tutt’oggi   attende una soluzione:  mentre le strutture interne stanno marcendo, il glorioso cinema rimane chiuso e muto.
Altrettanto emblematica è stata la vicenda del più antico  cinema di Roma, l’Etoile a Piazza in Lucina,  diventato dopo un periodo di mercatini d’artigianato, serate disco e feste private, sede della Maison Vuitton (2). Il “modello Etoile” è stato possibile grazie a deroghe al Piano regolatore,  il quale prevede che, nel recupero delle sale cinematografiche, almeno il 50% resti spazio culturale e, nei casi di locali e attività di interesse storico, artistico e culturale contenuti nella Carta della Qualità del PRG,  siano consentiti solo interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria o di restauro conservativo, senza cambio di destinazione d’uso. Quello  stesso modello si sarebbe voluto applicare  al cinema America,  ed ora si vorrebbe adottare anche all’ex cinema Metropolitan di via del Corso.
E’ lungo l’elenco dei cinema chiusi o trasformati in centri commerciali, sale bingo o centri di alta moda. Ricordiamo  solamente, oltre  ai citati Metropolitan, Etoile e America, l’Impero di Torpignattara, l’Avorio al Pigneto, l’Astra a Montesacro, l’Apollo dell’Esquilino, il Quirinale di via Nazionale, il Puccini di Casalbertone, l’Augustus di corso Vittorio, l’Africa al Nomentano, il Labirinto, la Sala Troisi a Trastevere, l’Airone capolavoro del razionalismo italiano all’Appio Latino, il Paris di via Magna Grecia, ed ancora il Quirinetta, il Capranichetta, il Gioiello, l’Ulisse, l’Empire, il Ritz, il Rivoli e tanti altri.
Non è accettabile  uno stravolgimento così radicale del tessuto culturale e sociale della Città.
Sono ben note le difficoltà economiche delle  sale cinematografiche private e pubbliche, spesso  al limite della sopravvivenza a causa del confronto con le più moderne e polivalenti Multisala, ma è da sottolineare l’assenza o, nei casi migliori, la timidezza di progetti pubblici di riqualificazione e di rilancio commerciale e culturale dei cinematografi romani da parte delle Amministrazioni comunali che si sono succedute e che avrebbero dovuto avere il ruolo di creare una valida offerta culturale facendo leva innanzitutto sulle risorse umane esistenti capaci di produrre risorse economiche insieme a quelle culturali. Si tratta in ogni caso di applicare il dettato costituzionale e precisamente l’art.42 che stabilisce che “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla Legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.
A dir la verità dei tentativi ci sono stati: innanzitutto quello per l’appunto  contenuto nelle norme del Piano Regolatore di Veltroni che prescrive il mantenimento del 50% di spazi culturali nelle operazioni di recupero e trasformazione delle vecchie sale cinematografiche; e, recentemente,  quello portato avanti dall’amministrazione Marino su iniziativa di tre  assessori – Giovanni Caudo per la Trasformazione Urbana, Giovanna Marinelli per la Cultura e Marta Leonori per le Attività Produttive – che un anno fa presentarono una memoria di Giunta che identificava in 42 le sale di proprietà privata, chiuse nel corso dei decenni,  proponendo al contempo di riqualificarle con l’intervento congiunto dei proprietari delle strutture, di associazioni culturali e dei rispettivi Municipi (3). Che fine ha fatto quella memoria di Giunta? Quali esiti positivi ha avuto? Perché quel lodevole atto istituzionale non è stato accompagnato da una partecipazione cittadina, a partire da quelle associazioni culturali che negli ultimi anni sono state protagoniste di battaglie culturali, pubbliche prese di posizione, sperimentazioni coraggiose come quelle dei ragazzi del cinema America e non solo?
Purtroppo questi tentativi istituzionali, senza l’attivazione di risorse e di soggetti  sociali e culturali presenti nella società civile, rischiano di restare  al palo , mentre  le norme continuano ad essere aggirate dalle deroghe.
Siamo ben coscienti che, in mancanza di una prospettiva di profitto per la  proprietà, si corre il rischio che  i cinema restino chiusi,  ma è pur vero che finchè si permetterà che sia il mercato  a regolare la sopravvivenza degli spazi culturali, si terranno sempre aperte le porte della speculazione commerciale e edilizia,  e   ogni tentativo di conciliare un equo e legittimo profitto con la valenza culturale di un’operazione di recupero dei vecchi cinema  risulterà vano.  La strada del rilancio comporta invece di  diversificare l’offerta culturale e, facendo leva sulle immense energie contenute nella società civile, a cominciare da quelle giovanili con le loro competenze spesso inespresse, creare  sale polivalenti, con programmazioni distribuite nell’arco della giornata ed indirizzate a fruitori diversi, o programmazioni specialistiche come quelle dei film in lingua originale che si proiettavano al Metropolitan, insieme a laboratori teatrali, centri sperimentali, sale musicali per prove ed esibizioni, sale studio, biblioteche, emeroteche, discoteche, piccoli spazi per ristoro.
Per rilanciare l’economia si devono trovare  soluzioni che uniscano un legittimo profitto economico dei privati ad un altrettanto legittimo profitto sociale. Ma pare che queste forme di creatività sociale ed economica siano difficili da immaginare e ancor di più da applicare. Dobbiamo seriamente domandarci perchè.

Paolo Gelsomini
(da “Carteinregola”)

(1) Repubblica 6 ottobre 2015 Cinema America, il Tar respinge i ricorsi della proprietà: “No alla demolizione, è vincolato”
Bloccati i costruttori della Progetto Uno che, al posto della sala, voleva costruire mini-appartamenti. Gli ex occupanti: “Ora il Comune la salvi dall’abbandono”. Zingaretti: “Un patrimonio di tutti che va difeso”

(2) Corriere della sera 27 gennaio 2012 Vuitton, la prima maison in un cinema storico
La sede nell’antico Étoile. Pezzi unici in mostra per una settimana. Partnership con il centro sperimentale di Cinecittà http://www.corriere.it/cultura/12_gennaio_27/fiorentino-vuitton-maison-cinema-storico_49eab57c-48f0-11e1-b976-995c60acee8e.shtml

(3) Quinlan  3 marzo 2015 Roma e il cinema. Intervista all’assessore Giovanni Caudo
La progressiva e preoccupante scomparsa di schermi cinematografici nei centri urbani e la proposta fatta dal Comune di Roma per riqualificare gli spazi di 42 sale chiuse nel corso degli anni. Ne abbiamo parlato con Giovanni Caudo, assessore alla Trasformazione Urbana di Roma Capitale.

2 risposte a Quaranta cinema chiusi a Roma: come farli ripartire

  1. Francesco scrive:

    Ciao Paolo!
    ci sono novita ad oggi sullo status di questa proposta ormai di qualche anno fa del Campidoglio? Esiste ancora qualcuno che ci lavora? Sono di Roma ma vivo all’estero, ed ogni anno che rientro vedo qualche cinema in piu’ abbandonato a se stesso. E’ un vero peccato.

    grazie,
    Francesco

  2. Elio scrive:

    Notoriamente erano cinema con una marea di personale inutile, assunto per chissà quali motivi più o meno leciti. I gestori hanno preferito chiudere e vendere a favore di business più redditizi, anziché restaurare il loro modello gestionale, licenziando o ricollocando altrove ed efficientando le strutture. D’altronde, se i cinema sono trattati come qualsiasi altro business, è chiaro che l’investitore oggi sceglie attività più lucrative e facili (supermarket/negozi di patatine fritte/pizzette). Oggi sopravvivono ancora alcuni cinema basati su quel modello fallimentare: dentro vedo tanto di quel personale sciatto, scortese,il tipico impiegato messo là per chissà quali intrallazzi, e vedo una “ristorazione”che si limita a vendere bustine di snack di bassa qualità, quando invece il bar dovrebbe essere un punto di socializzazione sempre aperto nel quartiere, con cibo di qualità, tavolini, atmosfera, capace di essere sinergico all’attività del cinematografo vera e propria. Tutti lo capiscono, ma se ancora persistono cinema che non applicano questo modello evoluto e attento, significa solo una cosa: vogliono intenzionalmente portare alla chiusura in favore di attività più lucrative.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.