OPINIONI / Il pallone s’è bucato

Il calcio ha origini antiche, nasce come un gioco ed ha costituito sempre uno degli elementi di distensione e di divertimento più validi che siano stati inventati; nella sua versione moderna poi inizia in Inghilterra nel 1863.

La sua funzione lo ha reso un fenomeno diffusissimo di natura sociale e culturale legato prevalentemente alla sua pratica sistematica che ha permesso ovunque di vivere relazioni ed emozioni non solo tra i giocatori ma anche tra questi e gli spettatori a bordo campo.

Per tantissimi anni, pur con le regole codificate, si è svolto in libertà assoluta finché non si è strutturato a livello di federazioni e campionati locali, nazionali e internazionali.

Quando poi si è passati dal livello dilettantistico a quello professionistico il calcio ha perso progressivamente la bellezza dell’originalità della sua funzione di svago ed appunto di sport come talora purtroppo della stessa imprevedibilità del risultato finale di una partita.

Un gioco praticato da tanti si è semplicemente trasformato in un business gestito da società quotate in borsa creando ovviamente grosse differenze di prestazioni calcistiche nel parco giocatori il cui valore ha raggiunto per i più quotati cifre stratosferiche possibili ovviamente solo per i club più facoltosi.

È chiaro che questo calcio non ha più una pratica allargata, mentre i più sono relegati al ruolo di spettatori negli stadi o davanti ad uno schermo ad arricchire pochi soggetti superpagati per offrire un divertimento che non è ormai l’esercizio di uno sport, ma semplicemente uno spettacolo seguito in maniera passiva a livello di tifosi.

Questa mutazione radicale è quanto mi ha allontanato dal calcio nel quale, praticandolo o seguendolo, riuscivo prima a vivere solide tradizioni locali ed a provare forti emozioni.

Una volta entrati nell’idea che siamo ormai davanti non più ad uno sport ma ad una delle industrie più redditizie dello spettacolo, non credo ci si possa meravigliare più di tanto per le novità che da qualche giorno sono affiorate in alternativa all’attuale sistema di organizzazione delle gare e dei campionati.

Anche gli attuali organismi sportivi certamente avrebbero urgente bisogno di più linearità, trasparenza ed efficienza progettuale, ma in particolare di maggiore organizzazione democratica e più capacità di inclusione delle società soprattutto nelle cifre d’iscrizione ai campionati minori.

Mentre il Comitato Esecutivo UEFA approvava il nuovo format per le gare tra club ponendo con sempre più decisione i risultati ed i piazzamenti nelle classifiche alla base di qualificazioni e possibili iscrizioni a competizioni di livello superiore di tipo nazionale o europeo, aumentando tra l’altro il numero di accesso delle squadre alla Champions League ed alla UEFA Europa League, con un comunicato diffuso dal suo ipotetico presidente Florentino Perez nella notte di domenica 18 aprile arrivava la notizia di una società privata costituita da dodici club decisi a organizzare in maniera autonoma un torneo europeo infrasettimanale.

Anche se la formula non era stata ancora resa pubblica, sarebbe nata così la cosiddetta Super League, in sostanza un campionato che con la totale opposizione dell’Uefa avrebbe dovuto riunire le migliori squadre europee ed i migliori giocatori, con un sistema di accesso che avrebbe escluso quasi interamente il merito e i posizionamenti nei rispettivi campionati per dare priorità assoluta unicamente al potere finanziario delle società più blasonate.

Parallela agli altri tornei europei per alcuni o in loro sostituzione secondo altri, la Super League, competizione del tutto privata e fuori dall’UEFA, prevedeva l’iscrizione di venti squadre, dodici di diritto come società fondatrici del progetto (Manchester United, Manchester City, Arsenal, Chelsea, Liverpool, Tottenham, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juventus, Inter e Milan), mentre tre (Paris Saint-Germain, Bayern Monaco e il Borussia Dortmund), pure invitate, hanno rifiutato l’offerta e cinque soltanto erano quelle con la possibilità di iscriversi in ragione dei risultati sportivi ottenuti.

Era in sostanza la stessa idea già realizzata in Europa per il basket.

L’obiettivo di queste società fondatrici, pur continuando parallelamente a partecipare ai campionati nazionali, era quello di creare una competizione tra le squadre seguite da più di un miliardo di tifosi al mondo con l’obiettivo d’innalzare il numero di questi ultimi attraverso un livello sempre più alto dello spettacolo.

Il supporto economico iniziale di circa tre miliardi e mezzo di euro dell’operazione sarebbe stato a carico della banca statunitense JP Morgan e ammortizzabile in circa ventitré anni attraverso introiti di quasi dieci miliardi di euro previsti in entrata dai diritti televisivi.

In borsa lunedì 19 aprile i titoli delle società sportive coinvolte sono subito volati in alto.

Si trattava di un progetto non solo destinato a ripianare i debiti che il calcio ha contratto con la pandemia, ma anche a mio avviso a ridefinire ancora una volta industrialmente un’attività sempre meno spontanea.

L’annuncio ha subito visto la linea dura con dichiarazioni molto pesanti dell’UEFA attraverso il suo presidente Aleksander Ceferin annunciando azioni legali per escludere le società ed i calciatori coinvolti da tutti i tornei in essere e dalle partite delle nazionali.

Contrarie anche le principali leghe calcio di livello nazionale.

Avversa anche Amazon Prime Video che nel frattempo era entrata nel giro dei diritti televisivi delle partite europee di Champions e di Supercoppa.

Comprendiamo benissimo che tutti gli interlocutori istituzionali di cui stiamo parlando guardano unicamente al business ed a come portarlo sempre più in alto.

La dimostrazione lampante che “pecunia non olet” (il denaro non puzza) l’abbiamo avuta in diverse occasioni e di recente con la scelta del Qatar come sede dei mondiali 2022 senza preoccuparsi minimamente degli standard etici relativi ai diritti umani cui il mondo sportivo deve guardare nella opzione relativa ai Paesi in cui tenere le grandi manifestazioni, considerato anche che nella costruzione degli impianti sportivi in quell’emirato abbiamo avuto tra l’altro circa seimila morti finora tra i lavoratori stranieri irregolari mentre sono poche le proteste al riguardo provenienti solo dalle nazionali della Norvegia, della Germania e dell’Olanda.

Già qualche incrinatura o reazione avversa all’idea della Super League è cominciata a delinearsi nella serata del 20 aprile soprattutto ad opera di club inglesi, ma se il braccio di ferro non fosse terminato, dai diversi punti di vista ci saremmo trovati davanti ad una rivoluzione del mondo calcistico difficilmente prevedibile negli esiti o ad un pericoloso crack.

Per le squadre meno competitive sarebbe stato davvero difficile entrare in questo agone sportivo costituito da regole e criteri di ammissione non tanto più dipendenti dall’agonismo e dal merito nelle competizioni, ma solo dal valore finanziario delle società stesse.

Eliminare poi l’imponderabile nelle sfide tra piccoli e grandi club avrebbe significato cancellare uno degli aspetti che crea tensione ed emotività bellissime.

Tranne qualche sporadica eccezione anche il mondo politico nelle prime asserzioni ha manifestato tutta la sua opposizione al progetto che, nel caso fosse stato realizzato, avrebbe visto la spaccatura tra chi avrebbe preferito scegliere campionati aperti a tutte le società e quanti avrebbero optato per tornei a schema chiuso destinati a quelle di elites.

Certo non si può negare ad una società privata come quello prevista con la Super League il diritto di organizzare un’attività secondo regole condivise al suo interno, ma, se si negano pari opportunità di accesso alle competizioni, è chiaro che anche nello sport non esisterà più né il principio di inclusione, né quello di solidarietà e tantomeno di socializzazione.

Se il calcio dev’essere un’industria fondata prevalentemente sul tifo passivo della stragrande maggioranza della popolazione, “nulla questio” (nessun problema); se al contrario deve conservare un minimo di autenticità sportiva, allora i cittadini dovranno esercitare anche in futuro il loro diritto di opposizione ad una tale forma di progetto con l’esercizio di rifiuto al suo finanziamento dato dalla presenza negli stadi o dall’abbonamento ai mezzi audiovisivi.

Può darsi che l’idealismo paghi poco sul piano economico, ma, se rinunciassimo anche alla bellezza degli elementi autentici di un gioco e lo lasciassimo solo agli appetiti del business, non riusciremo certo a liberaci da tanti idoli senza senso.

Nella giornata di mercoledì 21 aprile abbiamo tutti letto che, a partire dal Manchester City, le squadre inizialmente aderenti al progetto della super League hanno ufficializzato il loro ritiro dall’iniziativa grazie alle forti pressioni dei tifosi, di molti calciatori, ma soprattutto dal premier inglese Boris Johnson che aveva minacciato una legge ad hoc per fermare l’idea.

Il quotidiano spagnolo Mundo Deportivo ha avanzato l’ipotesi che la UEFA abbia offerto notevoli somme alle società inglesi per determinarne la defezione, ma non abbiamo fin qui alcuna verifica su tale notizia

Nonostante il flop ed il grosso tonfo in borsa di mercoledì da parte di molte delle società inizialmente coinvolte, sembrano arroccati ancora nelle loro posizioni irremovibili Florentino Perez ed Andrea Agnelli che, pur ammettendo che al momento l’idea si è bloccata, non nascondono la volontà di proseguire nell’iniziativa anche dialogando con UEFA e FIFA.

Nella nota ufficiale della Super League in ogni caso si parla di “riconsiderare i passaggi più appropriati per rimodellare il progetto” e francamente la formula rimane un po’ sibillina anche se il tutto davvero appare al momento franato.

Il calcio allora è salvo?

Non direi proprio se tra gli esponenti delle massime organizzazioni di questo sport a livello europeo persiste una guerra fatta ancora di dichiarazioni ed accuse reciproche velenose.

Non siamo certo così ingenui da pensare che il calcio torni ad essere una disciplina sportiva staccata dagli interessi economici e finanziari che vi ruotano intorno.

Occorrerà tenere allora le antenne ben alzate non per mantenere, ma per riportare almeno la parte che resta del calcio popolare, se non altro, alla migliore tradizione di un’attività sportiva pura in grado di promuovere tra i giovani i valori dell’impegno, della competizione, della collaborazione a livello di squadra e di coinvolgimento sano della popolazione in un tifo che deve mantenersi lontano dai tanti aspetti negativi che oggi presenta negli stadi.

(Umberto Berardo)

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