Libri, la saga familiare di Roberta Muzio

Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo. Lo ha sentenziato Isabel Allende, cittadina del mondo divisa tra il nativo Perù, le radici cilene e la naturalizzazione statunitense. La memoria, tatuaggio indelebile e “parlante”, rende eterno ciò che siamo stati e ci permette di rielaborarlo continuamente, come in un opificio che opera senza sosta. Le biografie più antiche mettono a nudo le nostre radici, svelano arcani, diventano storia collettiva. In un piccolo e umile territorio qual è il Molise, questo bacino di immagini mentali rappresenta un’infinita ricchezza in quella dimensione che l’antropologia classifica come bene immateriale. Qualsiasi minuscolo borgo, ogni irrilevante famiglia può offrire tessere di un mosaico di comunità qual è la vita di ogni giorno, anche quella in apparenza più insignificante.

Roberta Muzio, autrice del libro “il suono del ferro”, secondo volume della saga “Occhi a candela”, è un’abile e instancabile esploratrice e classificatrice di rievocazioni familiari. Calamita cronache domestiche, anche lontane nel tempo, che inserisce nel suo agiato “diario intimo” in una sorta di continua ricerca di conferme. Le tante ramificazioni familiari sono rigorosamente coinvolte in questo “scavo” senza sosta, in fondo perché ogni narrazione offre insegnamenti e suscita emozioni. Una sequenza di nomi e di storie che, oltre a far emergere percezioni in chi quei fatti e quei personaggi li ha vissuti, suscita curiosità e interesse in tanti che possono trovarvi il pretesto o la chiave per percorsi congiunti o paralleli.

Per avere conferma di tutto ciò, delle quasi duecento pagine del libro “Il suono del ferro” bisogna soffermarsi soprattutto sulle ultime. E’ la descrizione della “mostra di famiglia” che l’autrice ha allestito lo scorso anno in quel locale che è stato “il nido” delle ultime generazioni dei Pental, soprannome della famiglia protagonista della saga. Qui ha ridato vita ad un microcosmo di simboli e di oggetti, riassumendo le tappe e il senso di un cammino. L’ambiente, le chiavi di Mingo buono, gli sfogliacarte di Filippett, le immagini della Madonna e di Santa Rita, le vecchie foto, la frutta fresca e il vino. Il Cammino dell’Immacolata, raccolto idealmente nei capitoli del libro, con il rito della transumanza quale scenografia più adeguata e il suono del martello sull’incudine per la forgiatura, riassunto delle due attività che hanno garantito sopravvivenza a generazioni di abitanti di Frosolone, il paese interprete e protagonista del racconto.

La mostra, in fondo, riassume la sequenza di “incursioni” in un passato lontano, con ramificazioni al di là dell’oceano, e vicino. Vicende tutte ben documentate con un ricco corredo di fotografie e atti pubblici e privati che fanno bella mostra, anche estetica, nelle pagine del volume.

L’album dei ricordi propone una serie di episodi che, in giorni come altri, trasformano la gente comune in eroi. Nonna Incoronata, ad esempio, “matrona” con nove figli, che con una manovra d’esperienza salva da un soffocamento il piccolo Michelino, primogenito di una giovane frosolonese. O la centenaria Giannetta, rimasta fedele ad un marito scomparso per anni in Serbia negli anni della guerra, rientrato in paese a fine conflitto quando ormai veniva dato per morto con un’espressione efficace: “Ha fatto letame per i ceci”. Il gesto di Mimì Scacciavillani, che sottrae una bomba ai tedeschi evitando danni a tutto il paese. I tanti bambini “clandestini”, per lo più figli di relazioni proibite (non mancavano sacerdoti “procreatori”) o di incesti, di cui talvolta si ritrovavano i resti sepolti nelle campagne, addirittura uno strozzato con la cinta di un grembiule. Fanciulli pastorelli, garzoni, ambulanti al seguito, che con il loro sacrificio lavorativo quotidiano, contribuivano alla sussistenza della famiglia. Poi anche una storia di imprenditoria d’avanguardia, la creazione del liquore Biferno dalla ricetta segretissima, ideata dalla moglie dell’industriale ante litteram.

Il libro, nella sua semplicità e nel suo ordine, riflette una società fatta di essenzialità come quella molisana. I protagonisti – Nicola, Michele, Raffaele – rinnovano i loro nomi per ben sei generazioni. Gli ambienti ribadiscono all’infinito quella ricerca di “sicurezza” per rendere le esistenze meno amare. E anche le storie di emigrazione presentano numerose analogie tra loro, dalle navi agli approdi, dai mestieri fino ai luoghi.

Ha scritto Natalia Ginzburg: “Non si amano soltanto le memorie felici. A un certo punto della vita, ci si accorge che si amano le memorie”.

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