I capricci della Azzolina e la “non scuola”

Guido Gonella, Antonio Segni, Gaetano Martino, Aldo Moro. E ancora, Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Spadolini, Salvatore Valitutti, Sergio Mattarella, Gerardo Bianco, Luigi Berlinguer, Tullio De Mauro. Sono soltanto alcune personalità che hanno avuto il loro studio in viale Trastevere, al vertice del ministero della Pubblica istruzione. Dal questo “posto di responsabilità” hanno saputo assicurare, chi più e chi meno, una “lettura” dell’istruzione, non solo in chiave gestionale, ma soprattutto pedagogica e culturale.

L’attuale ministra Azzolina, che ha raggiunto il vertice del dicastero grazie alle dimissioni del compagno di partito Fioramonti meno di un anno fa, più che parlare del “ruolo della scuola” coglie ogni occasione pubblica per ricordare quante risorse economiche lo Stato stia erogando alla scuola, per lo più per acquistare gli ormai famosi banchetti, per distribuire dieci milioni di mascherine al giorno a studenti e personale (unici in Europa), per fare manutenzione edile. Insomma, come una sorta di “Bertolaso in gonnella” la ministra difende principalmente il fatto che le scuole siano aperte. Ma che funzionino e come funzionino sono altri capitoli di un libro collocati più in ombra.

Più che “scuola in presenza”, come recita un consumato slogan governativo, quella attuale è una “scuola in assenza”. Ad iniziare dalla mancanza di decine di migliaia di professori e supplenti. E tra quelli che ci sono, una buona parte finisce in quarantena: è sufficiente un caso in una classe perché spariscano sette docenti. Soltanto nel Lazio, dove si ipotizzano attualmente oltre un migliaio di studenti contagiati (848 mercoledì scorso secondo il quotidiano La Stampa), almeno due-tremila professori sono “out”, tra cui oltre 150 direttamente contagiati. Tra l’altro un professore contagiato non può nemmeno insegnare a distanza per ragioni burocratiche, per cui la didattica in presenza in questo caso finisce per danneggiare persino quella a distanza. Secondo un calcolo approssimativo, mediamente si stanno perdendo almeno un terzo delle lezioni.

Vanno, infatti, considerate anche le chiusure per sanificazioni, le classi in quarantena per un singolo caso di coronavirus, ma anche le classi vuote per potenziali casi di Covid-19 – è sufficiente un mal di gola – con i risultati dei tamponi in tempi sempre più lunghi.

A ciò si sommano i timori di genitori e nonni (a cui spesso sono ormai sottratti i nipoti) per i possibili contagi intrafamiliari, per cui sono sempre più numerose le richieste di didattica a distanza a fronte di un certificato medico.

Nonostante le rassicurazioni della ministra, un altro vulnus è rappresentato dal cattivo funzionamento della didattica a distanza dalle scuole, causa soprattutto reti tecnologiche non all’altezza e apparati non sempre aggiornati. Anziché investire negli anacronistici banchetti, tra l’altro con uno spreco riguardante i banchi sostituiti, spesso destinati alle discariche (a Roma ci sono container pieni ammassati al Centro Carni su via Palmiro Togliatti), non sarebbero stato più utile potenziare le nuove tecnologie e investire nella formazione dei docenti, spesso poco avvezzi all’informatica?

Dal momento che la situazione può solo peggiorare, viste le curve dei contagi in crescita esponenziale, che senso ha difendere questa “non scuola” fisica? Non sarebbe stato meglio puntare subito su una didattica a distanza efficiente perlomeno per le scuole superiori, casomai facendo partire l’anno scolastico con qualche settimana di ritardo rispetto al 14 settembre e recuperando a giugno, quando si spera la situazione siano meno travagliata?

Resta, quindi, il problema di fondo, una domanda che pochi si pongono, specie al ministero: quale scuola stiamo offrendo ai ragazzi? E’ davvero sufficiente tenere aperto un cancello d’ingresso per avere la coscienza a posto?

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