IL COMMENTO / A San Giovanni i Cinquestelle rischiano la Waterloo

CinquestelleL’investitura popolare dei Cinquestelle per la guida di Roma, ampia e capillare perché confermata anche in tredici Municipi su quindici, è stata accompagnata da un’unanime richiesta da parte dei numerosi elettori: assicurare discontinuità. Un termine quanto mai calzante per dimostrare un taglio netto con il passato. In sostanza, chi ha votato i pentastellati ha sperato di assistere ad una fase nuova della politica cittadina, capace di superare in fretta le precedenti e scolorite esperienze amministrative tra celtiche e biciclette. Qualche elettore, più idealista, ha sognato una stagione romana di rinascita civile (e “fisica”), sulle ali dei principali valori esternati dai giovani grillini, cioè onestà, dinamismo ed entusiasmo. Una sorta di governo Nathan del nuovo millennio

A distanza di quasi un anno – il 22 giugno – dall’insediamento in Campidoglio della sindaca e della sua giunta, quel miracolo onestamente non c’è stato.

Prima il balletto degli assessori (ben tre su dieci persi per strada), giustificabile con un po’ d’inesperienza. Poi qualche problema con la magistratura (ma ironicamente – e amaramente – si potrebbe dire che siamo abituati alle cronache giudiziarie a queste latitudini). Quindi le “grane sportive” delle Olimpiadi e dello stadio della Roma, dove è andata in scena un bel po’ di approssimazione. Ma il vero cruccio, certamente il più importante di tutti, è quotidianamente offerto agli occhi dei romani: la città non riparte. Anzi è sempre più preda di un degrado dilagante, riportato – ahinoi – anche dai media stranieri (e con il turismo che va, grazie principalmente alle disgrazie altrui, non è proprio il massimo).

La città continua a riproporre le contraddizioni da “grande bellezza”, fascino e sconcezza. Un’aragosta servita in un piatto rotto. C’è un’idea di imperversante abbandono. Per fare un banale esempio, i tanti “resti” di un albero caduto in via Aosta un mese fa sono ancora tutti lì, fasciati dalla “plastica” gialla dei vigili urbani. Inutile cercare specifiche responsabilità nel solito ginepraio dello scaricabarile, arte eccelsa nella burocrazia italiana. Ricordare la sporcizia, i marciapiedi malmessi, le buche, i cassonetti stracolmi e quant’altro è un po’ infierire su argomenti che tutti conosciamo a menadito. Ciò, però, sta diffondendo molta delusione, specie tra chi ha votato entusiasta il “movimento”.

Certo, è stato detto più volte che cambiare pagina non sarebbe stato facile. A Roma c’è un sistema che s’è incancrenito. Ci sono interessi economici difficilmente scardinabili. Ci sono i costruttori, l’industria dell’assistenza, le sedi centrali dell’apparato burocratico. Ma, oltre a tutto ciò, a fronte dell’esigenza di responsabilità, di capacità e di rigore, con conseguenti risultati tangibili, si assiste a manifestazioni di fatuità che portano, in genere, all’inconcludenza più assoluta.

L’esempio che viene proprio dal quartiere San Giovanni è emblematico di una politica dei sogni. Una storia in fondo piccola piccola, ma allegorica della politica emozionale e onirica a cui stiamo assistendo. E potrebbe avere conseguenze non proprio esaltanti per i discepoli del grillismo. incarnando per i Cinquestelle una sorta di Waterloo. Con riflessi, probabilmente, non solo locali.

C’è un consigliere pentastellato, Enrico Stefano, presidente della Commissione mobilità, che è convinto di poter ridurre notevolmente il traffico automobilistico di Roma. Glielo auguriamo, naturalmente, soprattutto per il bene della città. Ma per farlo sposa, di fatto, un progetto venuto alla luce nella precedente consiliatura, in una sezione del Pd, firmato da architetti estranei al quartiere e supportato da un Comitato vicinissimo ad un consigliere municipale del Pd, prima in giunta ed oggi all’opposizione. Nulla di strano se il progetto godesse di un ampio consenso popolare. Invece, in zona (tradizionalmente “rossa”), anche su quel progetto il Pd ha preso una batosta elettorale. Perché la pioggia di polemiche ha avuto inizio quasi due anni fa, con tracce evidenti on-line.

E’ quindi inspiegabile la scelta dei Cinquestelle di portare avanti il progetto di chiudere viale Castrense al traffico, per quanto coerente con il Piano regolatore (che con un po’ di coraggio potrebbe essere cambiato). C’è chi la interpreta come un atto di faciloneria e di superficialità, chi come un’azione completamente scollegata alle istanze dei cittadini di una zona poco rappresentata nel Parlamentino di Cinecittà, chi come un capitolo di un libro dei sogni. Forse c’è dell’altro. Ma, onestamente, immaginare una viale Castrense chiusa al traffico automobilistico, con un altro centinaio di parcheggi sottratti alla zona, isolata, senza attività commerciali, probabilmente preda del malaffare, non sarebbe un bello spettacolo per le Mura millenarie che, seppur hanno assistito a tutto, compresi i tanti “Sacchi di Roma”, avrebbero bisogno di ben altri atti d’amore, ad iniziare dalla manutenzione e dal decoro, rispetto all’idea immaginifica di privarle di una strada trafficata.

E se il solerte assessore riuscirà in tre mesi a ridurre notevolmente il traffico automobilistico, come assicura in previsione dell’apertura della fermata San Giovanni della metro C (ad ottobre), lo candideremo volentieri ad una laurea honoris causa in Urbanistica.

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