Appia Antica, gemellaggio culturale in omaggio di Francesco Jovine

Nei giorni scorsi, a Roma, presso la sede del Parco Archeologico dell’Appia Antica, in via Appia Antica 222, ha avuto luogo la cerimonia di gemellaggio tra il Parco romano e il Parco Letterario e del Paesaggio “Francesco Jovine”, dedicato allo scrittore nato e in Molise e residente a Roma.

Presenti Simone Quilici, direttore del Parco dell’Appia Antica, Sabrina Varroni, dirigente area valorizzazione patrimonio culturale della Regione Lazio, Sara Iovine della Regione Molise, Stanislao De Marsanich, presidente dei Parchi Letterari Italiani, il direttorio del Parco “Jovine”, i sindaci molisani che hanno sposato il progetto con capofila Agnone e Guardialfiera, accompagnati da quelli di Petrella Tifernina, San Giuliano del Sannio, Pietrabbondante, Filignano, Pietracatella, Campodipietra, Provvidenti per delega, nonché il Comitato tecnico scientifico con in testo l’artista molisano Lino Rufo.

L’evento è stato aperto da Rosanna Palazzo, che ha declamato una poesia in vernacolo dedicata a Francesco Jovine, quindi dall’Inno d’Italia arrangiato da Lino Rufo.

Il presidente del Parco “Jovine”, Maurizio Varriano, ha letto alcuni passi tratti da “La Signora Ava”.

Non sono mancate presenze gastronomiche con il caciocavallo e l’amarone di Agnone.

Il ricordo di Antonio Mucciaccio: “Il 30 aprile 2021 sono 71 anni dalla morte del grande scrittore molisano, Francesco Jovine, nato a Guardialfiera il 9 ottobre 1902 e morto a Roma il 30 aprile 1950. A distanza di 70 anni più si allontana il tempo della sua scomparsa e più vivo diventa il suo ricordo.

Egli nacque a Guardialfiera, piccolo paese adagiato sul crinale di una collina da dove si ammirano la valle del Biferno e un breve orizzonte con le rovine di chiese, conventi e sobborghi situati, nei secoli lontani, in vaghi punti delle colline circostanti.

Jovine trascorse la sua infanzia tra gente sottile e arguta, tutta piena della saggezza dei proverbi e condannata al suo stato di miseria e di antico abbandono.

Dal suo paese si allontanò a motivo dei suoi studi, fatti tra grandi difficoltà economiche. Tornava a Guardialfiera durante le vacanze e, insieme ai fratelli, aiutava il padre agrimensore a compassare le campagne, oppure si rifugiava nella casa materna, il palazzo Loreto, a leggere i volumi dell’antica libreria.

Diplomatosi a sedici anni col massimo dei voti, fece l’istitutore a Vasto e a Maddaloni, vinse il concorso magistrale classificandosi primo, insegnò per tre anni nelle scuole elementari di Guardialfiera; vinse il concorso di ammissione nella facoltà di Magistero e si trasferì a Roma dove ebbe come professori Giuseppe Lombardo Radice e Guido De Ruggiero; si laureò e vinse il concorso di direttore didattico, insieme alla moglie Dina Bertoni, che aveva sposato nel 1928.

Scriveva articoli, racconti, novelle e recensioni su riviste e giornali, mentre ripensava la dura realtà storico-sociale del Molise e ricordava i problemi e i drammi dei contadini della sua terra.

Nel 1934 esce il suo primo romanzo, Un uomo provvisorio, dove mette a fuoco il protagonista, Giulio Sabò, tutto assorto in un alienante lavorìo mentale dal quale è incapace di uscire. Dopo aver lungamente vagato nei suoi pensieri, si ritrova solo nel deserto della vita. A scuoterlo dal suo torpore è la notizia della morte del padre; ed egli ritrova se stesso solo quando ritorna nel paese e nelle terre del Molise.

Il romanzo fu censurato e duramente giudicato dalla critica fascista perché, in un regime che predicava sicurezze e certezze e diffondeva illusioni di grandezza, metteva in luce la provvisorietà e il vuoto interiore di un uomo che si sentiva solo ed estraneo al clamore circostante.

Dopo questa prima esperienza, Jovine riprese e portò avanti lo studio sui problemi dell’Italia meridionale e del Molise. Trovò una infinità di fonti storiche che fornivano spesso solo lunghi elenchi di baroni, conti, marchesi, principi e duchi, nonché di vescovi, monaci e abati che, nell’arco di molti secoli, si erano susseguiti nel possesso delle terre e nell’oppressione, nello sfruttamento e nelle angherie a danno dei cafoni, ma ben poco illuminavano la vita grama, i sudori, gli stenti, la fame e la secolare rassegnazione dei cafoni stessi.

Jovine lesse con avidità gli scritti di Giuseppe Maria Galanti e di Francesco Longano, allievi di Antonio Genovesi, che sul finire del secolo dei lumi avevano descritto con crudo realismo le condizioni misere delle genti e delle terre del “Contado di Molise”.

Da quando nel 1806 il re Giuseppe Bonaparte aveva abolito il feudalesimo e, con decreto, aveva elevato il Molise da “contado” a “Provincia”, il Molise, come tutto il Mezzogiorno, aveva visto l’assalto alle terre dei demani ex-feudali da parte di una borghesia avida, scaltra e taccagna, che in modi fraudolenti e usurari si era progressivamente appropriata delle terre assegnate ai contadini e aveva ricostituito nuovi latifondi. I contadini ricaddero nelle loro antiche miserie e il Molise mostrò il volto di una terra avara e segreta che secoli di storia non avevano mutato.

Per questo Jovine, nell’estate del 1941, come inviato del Giornale d’Italia, avvicinandosi in treno alla sua terra, scrisse parole di altissima poesia:

Quando incontreremo le prime ulivelle

magre, solitarie, in bilico sui dirupi,

con i rami stenti, tormentati dalla bufera,

allora saremo in contado di Molise”.

Terra di “contado”, così Jovine rivede e ritrova il suo Molise. A questo filo conduttore sono legati il romanzo Signora Ava (1942), i racconti Il pastore sepolto e L’impero in provincia (1945) e il romanzo Le terre del Sacramento (1950).

Signora Ava, definito da Carlo Cassola “il più bel romanzo del ‘900”, è una storia corale che si svolge negli ultimi anni del regno borbonico e nei primi anni dell’unità d’Italia. Jovine descrive il piccolo mondo dei contadini, dei galantuomini e dei preti di Guardialfiera. E’ un mondo visto attraverso i ricordi della fanciullezza, la voce e i racconti del padre, in una nostalgia favolosa, che mostra il volto remoto di una terra e di una gente di antico nome, ma avvolta nell’abbandono e nell’oblio.

Jovine sa cogliere il segreto respiro di questo mondo. Guardialfiera è un paese con un ammasso di casupole di contadini grigie e affumicate, tra le quali spiccano i palazzotti dei galantuomini, come la vecchia e grande casa dei De Risio: Don Giovannino, ex colonnello di Gioacchino Murat nella grande armata di Napoleone, maestro dei figli dei galantuomini dei paesi del circondario e poeta d’occasione; Don Beniamino, arcidiacono vicario, “un prete enorme, detto il signor zio, alto, grasso, solenne, con occhi porcini”; Don Eutichio, scaltro, avaro, taccagno e sfruttatore dei sudori e delle fatiche dei contadini; Don Carlo, grasso, indolente e tardo d’ingegno, diventato medico a stento e tornato da Napoli a Guardialfiera, “come asino in mezzo agli zingari”. Ci sono poi garzoni e serve e c’è don Matteo Tridone, prete povero, estroso e magro, in mezzo ad una schiera di preti grassi e ricchi, che si litigano le rendite ecclesiastiche della soppressa diocesi di Guardialfiera. Vi è il giovane don Stefano Leone, figlio di galantuomini possidenti di Guglionesi e studente di don Giovannino, che si infiamma di un amore chiuso e malinconico per donna Antonietta De Risio, ragazza di delicata bellezza. E vi è il giovane garzone Pietro Veleno, con la sua aria pensosa di contadino povero e rassegnato al suo destino.

Attorno a questi personaggi si muove tutta la società di Guardialfiera: galantuomini oziosi e intriganti, preti che si fanno dispetti e, soprattutto, la folla solitaria dei contadini senza nome e senza storia, che menano la loro vita di fatiche e di stenti.

Le voci della caduta del regno borbonico e delle imprese di Gariobaldo arrivano e agitano il piccolo mondo di Guardialfiera. I contadini reclamano e occupano le terre, ma i loro moti vengono repressi e soffocati nel sangue dai galantuomini e dalla guardia nazionale. Gli scampati si danno alla macchia e al brigantaggio. Poi, quando tutto passa, ogni cosa ritorna al suo posto, come se niente fosse accaduto.

Mi auguro che il romanzo – scriveva Francesco Jovine il 18 maggio 1942 in una lettera a Nicola Perrazzelli, con parole che sono poesia – possa contribuire a far conoscere più precisamente il povero ma irresistibile incanto della nostra terra che, tra tutte quelle d’Italia, è la sola forse che conservi integri gli aspetti di una civiltà antichissima, altrove confusi e sommersi dalla civilisation a carattere non indigeno e profondamente repugnante per il mio spirito.

Ho voluto rendere il farsesco e il tragico, il rozzo e il raffinato senso della vita che hanno i nostri contadini; ho voluto farli cantare all’unisono con la terra generosa e matrigna e col cielo troppo lontano e irraggiungibile.”

Anche il romanzo Le terre del Sacramento presenta l’atmosfera addormentata di una cittadina di provincia: Calena (Casacalenda, la Kalene di Polibio), con i suoi galantuomini pigri e indolenti, decine di avvocati che trascorrono il tempo in interminabili liti, giovani poveri, ma non incolti, che si dibattono nelle strettoie di una realtà miserabile.

E dall’alto di Calena si vedono, lontane, a occidente, le cime delle Mainarde e della Maiella e, in basso, nella valle dove scorre il Calandro (Biferno), c’è “laggiù Morutri” (Guardialfiera) con Le terre del Sacramento, un esteso latifondo appartenente all’antica Congrega del Sacramento.

Le terre sono divenute proprietà della famiglia Cannavale a seguito dell’incameramento dei beni ecclesiastici da parte del regno d’Italia nel 1867.

Aspre, corrose dalle frane e cosparse di pietraie, “ci sono ipoteche e fulmini per le terre del Sacramento”, che per i contadini sono terre maledette. “Il Pontefice nel 1867 ha scomunicato tutti gli acquirenti dei beni della Chiesa”.

Il cavallo indiavolato buttò a terra il padre della capra del diavolo e lo trascinò per duecento metri sui sassi. C’è il sangue del padre della capra del diavolo sulle terre” – diceva Gaudenzio il sacrestano.

La capra del diavolo” era il soprannome di Enrico Cannavale, avvocato non privo di ingegno e di qualche ambizione politica, ma squattrinato, carico di debiti e tutto dedito ai vizi, al gioco, alle donne. Nella pigrizia e nel disordine, non si cura delle sue terre, che restano abbandonate e ridotte a legnaie e a pascolo abusivo. Ciò fino a quando Enrico Cannavale sposa la sua cugina Laura De Martiis, la quale mette mano con decisione alla ricomposizione e riorganizzazione del patrimonio. In questo immane lavoro chiede l’aiuto e la collaborazione del giovane Luca Marano, per convincere i cafoni di Morutri a lavorare per il risanamento delle terre, con la promessa di contratti di “enfiteusi perpetua”, fino a diventarne proprietari.

Luca Marano, figlio di poveri contadini braccianti e mietitori, avviato alla carriera ecclesiastica che presto ha abbandonato per mancanza di vocazione, si mette all’opera, parla ai contadini e ne raccoglie la fiducia . Essi si spargono per le terre, le dissodano a colpi di zappa, estirpano la gramigna e tolgono le pietre.

Ma sulle terre mette i suoi occhi rapaci il barone Santasilia, che se ne assicura la proprietà di gran parte, le migliori, con i soldi prestati a Laura e con la complicità del notaio Iannaccone, costituendo una apposita società, la Sabs (Società Anonima Bonifica Sacramento), “il quaranta per cento delle azioni a Laura Cannavale e marito, il quarantacinque per cento al Credito Meridionale (del barone Santasilia), il quindici per cento al notaio Iannaccone”.

Quando Luca si rende conto dell’inganno, incita i contadini ad occupare e seminare le terre del Sacramento, per farle proprie e ripagarsi delle fatiche e dei sudori spesi per dissodarle e metterle a coltura.

Siamo nel 1922 al tempo della marcia su Roma. A Calena i galantuomini, i borghesi e gli studenti del liceo comunale sono diventati tutti fascisti; don Benedetto Ciampitti ha dato gratuitamente i locali per la sede del fascio; nella piazza la domenica si fanno adunate con marce, discorsi e canti.

E’ una rivoluzione da ricchi – disse Gesualdo a Luca – Anche qui, a Calena, gli ideali sono vestiti troppo bene e vanno d’accordo con monsignor vescovo. L’altra domenica, quando tu eri a Morutri, Pistalli ha portato i suoi mocciosi inquadrati, alla messa. Hanno fatto il present’arm al Santissimo, col manganello alzato.”

Alla notizia che i cafoni di Morutri hanno occupato le terre, scatta l’allarme. Bisogna ristabilire l’ordine ! Carabinieri e squadre di camicie nere con i camion partono da Calena, scendono a Morutri e si dirigono sulle terre del Sacramento. I contadini si difendono con le pietre e con le zappe, ma vengono arrestati e presi a fucilate. In uno di questi scontri viene colpito a morte anche Luca Marano e bagna col suo sangue le terre maledette.

Il romanzo si chiude con il lamento funebre che le donne di Morutri sciolgono sul corpo di Luca.

Quando la notte divenne buia, i vecchi accesero i fuochi alle spalle dei morti. A un tratto Immacolata Marano urlò:

– Luca, oh Luca! – e si mise le mani sul capo dondolando il busto.

– Luca, spada brillante, – gridò una voce giovanile.

– Spada brillante, – ripeterono in coro le altre.

– Stai sulla terra sanguinante.

Via via le donne si misero le mani intrecciate sulle teste, altre presero le cocche dei fazzoletti nei pugni chiusi e li percuotevano facendo:

– Oh! oh! Spada brillante, stai sulla terra sanguinante!

– T’hanno ammazzato, Luca Marano.

– A tradimento, Luca Marano.

– Non lo vuole la terra il tuo sangue cristiano.

– Difendevi le terre del Sacramento.

– Erano nostre, nostre le terre.

– Avevamo le ossa per testamento.

– Le avevamo scavate con le nostre mani.

– T’hanno ucciso, Luca Marano.

– Piangete anche Marco Cece!

– E’ morto anche Marco Cece, stasera.

– Era vecchio e aveva patito fatica, fame e galera.

– Morte e galera su Morutri.

– Le donne, sole, col pianto.

– A lavorare, le donne soltanto.

– Piangete, donne; domani con la zappa in mano non si piange.

– Luca Marano, spada brillante; stai sulla terra sanguinante.

– Non piantate zappa e bidente sul sangue cristiano.

– E’ il sangue di Luca Marano.

– Aveva la luce nella mente e gli occhi di stella.

– E Gesualdo era suo fratello.

– Torneremo sulle terre maledette; – il sangue avvelena l’acqua santa.

– Ci verremo senza messa; – i figli vogliono pane – anche se è pane di satanasso.

– Non bestemmiate, donne cristiane.

– Per noi fame e dannazione – ma per i figli paradiso e pane.

– Torneremo al Sacramento – saremo serve, saremo; – ma avremo di lutto il vestimento.

– Per tutti gli anni che durerà buio e galera – vestiremo di panno nero.

Piansero e cantarono grande parte della notte, rimandandosi le voci, parlando tra loro con ritmo lungo, promettendo tutto il loro dolore ai morti. La notte era buia e le voci si perdevano sulla terra desolata oltre il circolo di luce che faceva il fuoco, ancora vivo”.

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