ANALISI / Ancora sulla metro C

MetroCLa metropolitana linea C, l’opera faraonica soprattutto nei costi, continua dunque ad essere sotto la lente di ingrandimento da parte della procura di Roma. Oltre a finire sotto inchiesta alcuni funzionari della società privata “Metro C” e della stazione appaltante “Roma Metropolitane”, ora c’è finito anche Guido Improta, ex assessore ai Trasporti dell’era di Ignazio Marino, attuale segretario generale dell’Autorità di regolazione dei trasporti per decisione del governo Renzi.

Le cronache c’informano che Improta è iscritto al registro degli indagati insieme ad altre tredici persone, tra cui quell’Ercole Incalza, personaggio di primo piano del ministero delle Infrastrutture, arrestato nel 2015 per truffa ai danni dello Stato nell’ambito dell’inchiesta che portò anche alle dimissioni del ministro Lupi. Lo accusano di avere avallato un accordo del 2011 (gestione Alemanno), che a sua volta dava copertura a “truffe e raggiri” attuate dai manager della società di costruzione.

In soldini, sarebbero stati versati indebitamente ben 320 milioni di euro, al netto dell’Iva, al consorzio privato che sta realizzando, in tempi non certo degni di primati olimpici, la nuova linea della metro di Roma. Soldi ben distribuiti tra le due giunte: 230 sotto Alemanno, 90 sotto Marino.

Al di là di come procederà l’inchiesta, questa faccenda della metropolitana C, che ogni tanto riaffiora per cronache non certo esaltanti, dimostra come tra Roma e le grandi opere ci sia una sorta di incompatibilità. Dovuta non certo alla città ma ad una schiera di “comandanti” che tiene in scacco questa città da molti anni. E proprio su questo terreno si giocano le chances quelli dei Cinque Stelle premiati dall’elettorato romano con l’auspicio che siano gli ennesimi “salvatori della patria” nelle speranze dei romani. Cioè nella capacità di rompere quei legami che sembrano in scioglibili tra alcuni palazzinari e spargitori di cemento facile, ideatori di occasioni di business e amministratori molto compiacenti.

Se la logica per il futuro sarà quella delle Olimpiadi, cioè una prassi ampiamente sperimentata nel passato, c’è poco da sperare in una svolta reale. Per carità, le Olimpiadi potranno pure essere organizzate in modo immacolato, così come pure – ce lo auguriamo – dall’inchiesta sulla metro C usciranno tutti assolti. Ma, al di là dell’operato della giustizia, resta un nodo ideologico di come progettare il futuro di questa città: ricorrere alle solite nuove costruzioni, in un periodo in cui l’edilizia tradizionale segna il passo almeno da un decennio, come sottolinea la stessa Ance, cioè l’associazione dei costruttori. O invece, come auspicano gli stessi romani, cominciare ad orientare gli investimenti verso il riuso dei suoli, la riconversione dei modelli verso una città più sostenibile.

C’è quindi una questione di taglio con il passato. A cominciare da manager che ritroviamo in diversi ruoli-chiave prima di finire nelle cronache giudiziarie. E’ il caso dello stesso Improta, 49 anni, che prima di essere coinvolto in questo scandalo, è stato dirigente del Touring Club Italiano, direttore generale dell’Azienda di Promozione Turistica del Comune di Roma, responsabile delle Relazioni Istituzionali Alitalia, capo di gabinetto del ministro Rutelli, ai Beni Culturali, durante il secondo governo Prodi, nonché sottosegretario alle Infrastrutture e ai trasporti nel governo Monti prima di diventare assessore ai Trasporti del Comune di Roma dal 2013 al 2015.

Dell’iscrizione di Improta nel registro degli indagati si parlava già nel marzo 2015. E lui si diceva con la coscienza a posto, spiegando, in un’intervista al Corriere della Sera: “Con l’atto attuativo ho impedito la truffa ai danni di Roma. Incalza era il mio referente tecnico, Non avevo alternative”.

Di fatto, però, grazie alle copiose delibere dell’amministrazione capitolina, i costruttori della metropolitana hanno incassano non certo bruscolini, addirittura 3,7 miliardi e, grazie alla generosità pubblica, altri soldi ancora.

Secondo quando riportano i giornali,    i costruttori della metropolitana romana avrebbero segnato a bilancio una serie di “riserve”, cioè di problematiche legate ad imprevisti sul cantiere, per la cifra non certo trascurabile di 1,4 miliardi di euro. Ora la magistratura vuole vederci chiaro su queste presunte “riserve”.

E noi, come cittadini, ci auguriamo che le cronache future di Roma non debbano occuparsi di altre “riserve” per opere piccole o grandi che siano.

(GC)

 

Questo quanto scrive il sempre ben informato “Fatto Quotidiano” dell’11 luglio: “Un accordo tra i soliti furbetti. Un grande imbroglio, secondo la Procura di Roma, che ha portato alla lievitazione spropositata dei costi della Metro C e ritardi nei tempi tempi di consegna. Grazie a un patto illegale alcuni uomini di Roma Metropolitane (stazione appaltante) e Metro C (general contractor) facevano passare per costi aggiuntivi quelle che erano le conseguenze dell’italica lentezza nell’esecuzione dei lavori. Sono 13 gli indagati per truffa aggravata e tra i nomi compaiono quelli dell’ex dirigente del ministero dei Trasporti, Ettore Incalza e dell’ex assessore alla Mobilità della giunta Marino, Guido Improta. Per Roma Metropolitane sono indagati: il direttore tecnico Luigi Napoli, il consigliere di amministrazione Massimo Palombi, il responsabile unico del procedimento Giovanni Simonacci, i consiglieri del Cda, Luadato e Nardi, il responsabile unico del procedimento Sciotti. Per Metro C invece sono finiti nel registro degli indagati il presidente Franco Cristini, l’ad Filippo Stinellis e il dg Francesco Maria Rotundi e il direttore dei lavori Molinari. Metro C è la società derivata dall’associazione temporanea di imprese che si è aggiudicata la gara da 2,5 miliardi di euro, composta da Astaldi, Vianini Lavori (gruppo Caltagirone), Consorzio cooperative costruzioni (una delle più importanti coop rosse, con sede a Bologna) e Ansaldo Trasporti Sistemi Ferroviari.

Lo slittamento dei tempi di esecuzione dell’opera venivano etichettati come “maggiori corrispettivi” e così il Cipe – il comitato interministeriale che stanzia i finanziamenti – deliberava perché indotto “mediante artifici e raggiri” scrivono i pm. I soldi  non erano dovuti perché, secondo i pm, non si trattava di spese effettivamente sostenute. Con questo meccanismo Roma Metropolitane sembrava di fatto “esposta” per quasi un miliardo e 400 milioni ed è a questo punto che si procedeva all’accordo transattivo con cui Roma Metropolitane riconosceva le somme: 230 milioni in un caso e 90 nel secondo. Quello che gli inquirenti definiscono “bonari componimenti delle controversie in corso insorte fra Roma Metropolitane e e Metro C derivante dall’iscrizione da parte di quest’ultima di numerose ‘riserve’ (oltre 40) del tutto pretestuose e, pertanto, non dovute”.

Improta e Incalza sono indagati perché, per l’accusa, la stipula dell’atto attuativo sarebbe avvenuto “per volontà” dell’ex assessore e “con l’ausilio tecnico” di Incalza. L’inchiesta della procura di Roma andava avanti da due anni e oggi gli uomini del II gruppo Roma, guidati dal colonnello Teodoro Gallone, hanno effettuato una serie di perquisizioni. I finanzieri hanno acquisito documentazione su disposizione del pm della Procura di Roma Erminio Amelio e del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Gli inquirenti hanno ricostruito quindi il cosiddetto “sistema delle riserve” con cui Metro C riusciva ad aggirare “il vincolo derivante dai ribassi presentati in sede di aggiudicazione della gara d’appalto e, dall’altro lato la riduzione dal 20 al 2% del prefinanziamento a cura del contraente generale, percentuale quest’ultima poi in realtà restituita”.

Grazie a questo raggiro il Cipe autorizzava e “lo Stato, la Regione Lazio e il Comune di Roma, enti coofinanziatori della costruzione della linea C della metropolitana di Roma” pagavano. Il grande imbroglio sarebbe avvenuto sia negli uffici del Campidoglio sia in quelli del ministero perché i pm parlano nel decreto di perquisizione di “procedure illegittime e illecite consumatesi negli uffici della amministrazione comunale, segnatamente l’assessorato alla Mobilità e negli uffici del ministero delle Infrastrutture, dove lavorava Incalza”.

I costi e i ritardi della Metro C non sono finiti sono nel mirino dei pm di Roma. Già nel 2012 inoltre la Corte dei Conti in una relazione parlava di “costi inaccettabili, quasi triplicati per l’esecuzione di questa importante arteria sotterranea”, senza escludere ipotesi di corruzione. Che però allo stato non è contestata in questa inchiesta. Un anno fa inoltre l’Autorità nazionale anticorruzione aveva redatto un dossier sull’opera poi inviato alla Corte dei Conti. Nelle carte si parlava di costi di ritardi e sprechi: costi d’investimento saliti di 700 milioni a fronte di “un ridimensionamento del progetto”; 45 varianti, molte introdotte dopo rilievi archeologici senza “adeguate indagini preventive”; 65 milioni riconosciuti dopo un arbitrato a Metro C per attività “già ricomprese” nell’affido iniziale; “mancanza di trasparenza ed efficienza”; irragionevoli “vantaggi riconosciuti al contraente generale dell’opera”. Quella di oggi insomma sembra la prima emersione di un’inchiesta che potrebbe ampliarsi ad altri nomi e nuove circostanze”.
 
 
 
 

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