A Roma nel Cinquecento era “straniero” l’80% della popolazione

Il censimento degli anni 1526 e 1527 a Roma non lascia spazio a dubbi: su 53.897 abitanti, ben l’ottanta per cento era costituito da “non nativi”. Una percentuale che addirittura aumentò a fine Cinquecento con l’espansione urbanistica della città. Gli “immigrati” provenivano non solo dagli altri territori di un’Italia allora particolarmente frastagliata, ma anche da tantissimi cittadini giunti da altre nazioni. Va tenuto presente che una Roma così minuscola era dominata soprattutto dalla Chiesa e molti di questi “immigrati” erano calamitati nella Città Eterna proprio da ragioni lavorative o religiose legate al culto cattolico.

Interessante rilevare che alcuni gruppi etnici monopolizzarono alcune zone ben precise, ovviamente dell’odierno centro storico, visto che l’attuale periferia era caratterizzata dalla campagna. Ad esempio, molti fiorentini s’insediarono sin dall’anno Mille nella zona di San Giovanni dei Fiorentini, cioè vicino al Tevere, mentre numerosi senesi s’installarono intorno a Sant’Andrea della Valle. Particolarmente numerosa la colonia dei tedeschi, presenti principalmente nell’area intorno a San Pietro.

Avvincente la ricerca attraverso il fenomeno delle corporazioni e delle confraternite, che ancora conservano molteplici documenti sulla storia medievale e rinascimentale della città. Mentre le corporazioni erano caratterizzate da legami professionali, le seconde presentavano caratteristiche più variegate, da quelle maggioritarie di ispirazione religiosa (devozione di uno o più santi, salvezza delle anime, lotta alla povertà attraverso opere di carità, gestione della morte, ecc.) a quelle più laiche, legate ai mestieri o alla comune origine geografica degli appartenenti.

Le prime dieci confraternite fiorirono nel Quattrocento, altre dodici nel Cinquecento, sei nel Seicento. Tramite queste è possibile individuare i gruppi etnici più presenti a Roma, tra cui i senesi, i fiorentini, i lucchesi, i bergamaschi, i bresciani, i genovesi, i bolognesi, i marchigiani (poi divisi in piceni e camerinesi), i napoletani, i piemontesi e i siciliani. Tra gli stranieri soprattutto tedeschi, francesi, spagnoli, portoghesi e croati (illirici).

Con la bolla “Quaecumque a sede apostolica” di Papa Clemente VIII del 7 dicembre 1604 si stabiliscono regole precise per inserire questi sodalizi in un regime giuridico chiaro.

A rafforzare questa presenza che oggi definiremo “multietnica” nella Roma medievale e rinascimentale si possono richiamare alcune chiese della nostra città: il Santissimo Sudario dei Piemontesi, Savoiardi e Nizzardi (vicino largo Argentina); Santi Ambrogio e Carlo dei Lombardi in via del Corso; Santi Bartolomeo e Alessandro dei Bergamaschi (piazza Colonna); Santi Faustino e Giovita dei Bresciani (non esiste più); San Marco Evangelista dei Veneziani (presso piazza Venezia); San Girolamo dei Croati (via dei Ripetta); San Giovanni Battista dei Genovesi (via Anicia, Trastevere); San Giovanni Battista dei Fiorentini (via Giulia); Santa Croce e San Bonaventura dei Lucchesi (via dei Lucchesi); Santa Caterina da Siena dei Senesi (via Giulia); Santi Giovanni Evangelista e Petronio dei Bolognesi; (via del Mascherone); Santi Venanzio e Ansuino dei Camerinesi (rione Campitelli, oggi non c’è più perché abbattuta nel 1928 per realizzare piazza San Marco); San Salvatore in Lauro dei Marchigiani (via dei Coronari); Santi Benedetto e Scolastica dei Norcini (vicolo Sinibaldi, zona Torre Argentina); Santo Spirito dei Napoletani (via Giulia); San Nicola in Carcere dei Pugliesi (via del Teatro Marcello); San Francesco di Paola dei Calabresi (piazza di San Francesco di Paola a Monti); Santa Maria d’Itria dei Siciliani (via del Tritone); San Crisogono dei Sardi e Corsi (piazza Sonnino a Trastevere); Santa Maria in Aventino dell’Ordine dei Malta (oggi Santa Maria del Priorato, Aventino).

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