Rugby per bambini: 10 buoni motivi per scegliere questo sport

rugby bimbi

Due squadre si affrontano in uno stadio, come nel calcio, ma i due sport non potrebbero essere più diversi e non solo per la forma della palla: rotonda nel calcio e ovale nel rugby.

Il rugby, sport di tradizione anglosassone, si sta diffondendo sempre più anche in Italia. Soprattutto tra i bambini piccoli. Quello che piace di questo sport è il suo spirito educativo e rispettoso dell’avversario. E’ proprio questo spirito che lo rende tanto diverso dal calcio.

Nicola De Cilia, nel suo libro “Pedagogia della palla ovale”, analizza proprio questo aspetto educativo del rugby: “Pochi sport come il rugby sembrano avere a cuore la formazione umana: uno sport che mette insieme il gioco di squadra, il contatto fisico, la velocità, l’agilità e la forza”. Ecco i punti dell’inchiesta di De Cilia:

 

1 Tutti (o quasi) in campo

Il rugby negli ultimi anni è cresciuto soprattutto nella fascia dì’età che va dall’under 6 fino all’under 12. Probabilmente ad attirare così tanto i bambini è la dimensione di gruppo:  si gioca con 13 giocatori e con un massimo di sei e un minimo di tre in panchina.

Quindi tutti partecipano alla partita. E questo vale come regola federale. E’ una regola molto importante che garantisce il massimo livello di coinvolgimento di tutti i ragazzi, non resta fuori nessuno.

2 Si insegna il rispetto: a partire da quello verso l’arbitro

Un’altra regola che caratterizza questo sport e lo differenzia, ad esempio, dal calcio, è che nessuno all’infuori del capitano può parlare e tanto meno contestare l’arbitro. Se qualcuno lo fa, la squadra tutta viene penalizzata. Quindi pagano tutti per le intemperanze di uno.

“Essere rugbisti dovrebbe essere un modo per diventare cittadini della Repubblica italiana. Se non educhiamo la base, cosa ci distingue dagli altri sport? In Inghilterra l’attività sportiva e il rugby in particolare è l’attività di base per la formazione prima di tutto del cittadino! Quello che bisogna insegnare ai bambini è il rispetto delle regole e non fregare il prossimo” dice Franco Ascantini, ex pilone della Nazionale di rugby.

3 Favorisce lo sviluppo motorio dei piccoli

Fino ai 12 anni, nella fase “propaganda” si gioca senza porte, senza mischie, senza “toche” (rimesse laterali), senza colpi  e con numero ridotto di giocatori, maschi e femmine insieme.

A quest’età la cosa importante è sviluppare gli schemi motori. Per questo l’allenamento consiste nell’insegnare a correre, saltare, rotolare… Si apprendono funzionalità che possono tornare utili in tutte le attività sportive, infatti, si deve mettere in conto che magari un bambino dopo qualche anno voglia cambiare sport.

4 Vincere significa giocare bene e non vincere la partita

Il rugby vuole insegnare ai piccoli che vincere è partecipare. I bambini giocano per divertirsi. Vincere vuol dire assegnare un compito a ciascun bambino e alla squadra e portarlo a compimento, non arrivare primi nel torneo. Uno sport di squadra per bambini che mira solo alla vittoria inevitabilmente sacrifica i piccoli meno dotati.

Invece, l’allenatore di rugby, che è anche un educatore, deve aver cura di ogni bambino e non deve lasciare indietro nessuno.

5 L’allenatore è un modello di vita

“Un allenatore deve essere un po’ un modello, verso di lui deve scattare una forma di affettività” dice l’allenatore del minirugby della Benetton Andrea Borghetto, “ma devi essere anche coerente nelle tue parole, decisioni, mai contraddirti, se no i bambini li perdi. Quello che devi far scattare è il senso di appartenenza, che è la cosa fondamentale: l’appartenenza a una maglia, a una squadra, a una società”.

 

Un bravo educatore deve amare il suo lavoro, deve avere la capacità di coinvolgere tutti i bambini, anche quelli che stanno più lontano, che magari sono incerti. Altrimenti c’è la celebrazione del vincitore e basta. Per questo è importante che gli allenatori abbiano un’ottima preparazione didattica. In Francia e Inghilterra gli insegnanti di educazione fisica sono pagati molto bene perché c’è la consapevolezza di quanto lo sport sia importante nella formazione dei bambini. Purtroppo in Italia non è così” aggiunge Ascantini.

6 Priorità assoluta: educare i genitori

Uno dei problemi principali di chi insegna uno sport è l’atteggiamento dei genitori. Nel calcio, per esempio, si è visto che questa presenza può essere molto pesante, soprattutto quella delle mamme. Alcuni studi hanno, infatti, evidenziato che le madri più dei padri aizzano i figli alla competizione, a far meglio degli altri, dando più importanza al risultato che al compito, cioè al mettercela tutta.

Nel rugby fino a pochi anni fa questo fenomeno era sconosciuto, perché la maggior parte dei ragazzini erano figli di ex giocatori che portavano avanti il discorso del “compito”.

Ora, invece, anche nel rugby, con l’arrivo di genitori che non conoscono le basi di questo sport, si sta diffondendo questo malcostume. E arginarlo è la priorità di club e allenatori.

“La prima cosa che ho fatto appena diventato allenatore è stata quella di spostare il luogo dell’allenamento lontano dalla vista dei genitori. Durante l’allenamento, infatti, i bambini giravano la testa più verso i genitori che verso l’allenatore per cercare la loro approvazione. Ho spiegato che allontanavo i bambini per la loro serenità. Il giorno dopo sono arrivati con i cannocchiali…” racconta Walter Durigon, insegnante di scienze motorie e direttore sportivo del minirugby di Mogliano.

Un tentativo di educare i genitori lo sta facendo la Capitolina di Roma. Qui organizzano quattro incontri l’anno con i genitori. “I genitori sono i nostri partner principali nella funzione educativa che vogliamo dare al percorso dei ragazzi, che non è soltanto quello sportivo-rugbistico” spiegano gli allenatori del club.

Il concetto di quello che per i club di minirugby deve essere lo sport  lo riassume bene un cartello messo all’interno della  clubhouse dei Ruggers trevigiani:

“Chi pensa di avere un figlio campione è pregato di accompagnarlo in un’altra società”.

 

7 Il rugby fa bene ai  bambini difficili e non solo

Il rugby è uno sport che sta sostenendo molti progetti di solidarietà. A Treviso un’insegnante delle scuole medie ha proposto di portare alla Tarvisium (la squadra locale) alcuni ragazzi con difficoltà caratteriali e il risultato è stato eccezionale: “Abbiamo visto che con il rugby questi ragazzi miglioravano anche il comportamento a scuola.

Ma di esempi di rugby benefico ce ne sono tanti, tra cui la squadra “Mud Mad Star” che aiuta i pazienti psichiatrici o la RugBio di Abbiategrasso. Quest’ultima è un esempio di buona integrazione: raccoglie i bambini di un quartiere ghetto di Abbiategrasso, bambini emarginati, che vivono in situazioni di disagio. E giocando gli si dà una possibilità. Attraverso un percorso di crescita ed educazione si superano i pregiudizi. E alla fine della partita si fa festa con cibi etnici e biologici.

8 Non solo maschi, il rugby femminile

Anche le donne sono sempre più presenti, soprattutto nel minirugby. Poi diminuiscono intorno ai 14 anni: questo perché fino all’under 12, maschi e femmine giocano assieme, poi si dividono e non sempre ci sono i numeri per fare una squadra tutta femminile.

È un fenomeno che va incoraggiato, anche perché le bambine da piccole sono molto più portate allo sport dei maschi e si appassionano molto. Inoltre ad alti livelli il rugby femminile è più tecnico, essendo meno di forza, ed è quindi molto più interessante.

“Da parte dei genitori c’è il timore che per una femmina sia uno sport troppo violento e fisico, ma lo scontro fisico è regolato. Proprio perché è uno scontro può invece aiutare a dare sicurezza e superare la paura del contatto, soprattutto per le ragazzine che hanno paura a esprimere la propria fisicità o, come spesso succede, ne sono inibite dalle convenzioni sociali” spiega Erika Marangoni allenatrice e mediano di mischia.

9 Il terzo tempo: non ci sono nemici

E’ un fenomeno unico nel panorama sportivo. il terzo tempo è il momento conviviale del dopo partita. E nel minirugby è ancora più importante: i bambini fraternizzano con gli avversari e i genitori fanno amicizia. Ognuno porta da mangiare e si fa una vera festa. Con il terzo tempo il rugby insegna ai piccoli che le partite sono un gioco, dove ci si impegna ma soprattutto ci si diverte nel rispetto degli avversari. Ecco perché il rugby educa a essere cittadini democratici.

10 Non è uno sport pericoloso, insegna a cadere senza farsi male

Abbiamo chiesto ad Attilio Turchetta, responsabile di medicina dello sport all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, se il rugby può avere delle controindicazioni.

“Il rugby è un gioco di contatto sia con il terreno sia con l’avversario, quindi il rischio di traumi c’è, ma non più che in altri sport. Il rugby che vediamo in tv, con le sue azioni spettacolari, non è certo quello che si insegna ai bambini. Nel mini rugby le manovre più rischiose sono vietate: non c’è la mischia e anche i “colpi” sono vietati. Gli allenatori insegnano i movimenti per compiere queste azioni, ma senza applicarle.

 

Inoltre spiegano ai piccoli come cadere senza farsi male. E questo è molto importante per i bambini d’oggi che stanno dimenticando come si cade. I nostri piccoli si muovono talmente poco: non corrono, non giocano in cortile, non si sbucciano mai le ginocchia… E di conseguenza non imparano nemmeno a cadere. Tutte azioni fondamentali per il loro sviluppo psicomotorio”.

 

Da che età il rugby si fa più duro?

“Diciamo che dai 12 anni con l’aumento della prestanza fisica dei ragazzi il gioco si fa più vivace. Ma anche a questa età il livello di traumi non è certo superiore a quello di altri sport di squadra come il calcio. Anzi, in quest’ultimo i traumi articolari sono decisamente maggiori. Anche i colpi in testa (oggi “indagati” dalla medicina per essere potenzialmente dannosi) non sono più frequenti che in altri sport, addirittura le pallonate di testa del calcio sono molto più rischiose, tanto che negli Stati Uniti le vorrebbero vietare fino ai 12 anni. Il rugby, al contrario di di altre discipline, insegna anche a parare i colpi, e quindi ad attenuarne la portata.

Qualsiasi bambino o bambina, può dedicarsi senza problema al rugby; non è nemmeno richiesto un fisico particolare perché in una squadra c’è posto per tutti: dai robusti, agli agili e mingherlini!”

(Fonte Nostrofilgio.it)
 
 

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